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domenica 2 gennaio 2022

“Don’t look up”, un film per le ultime classi delle scuole superiori. Senza dubbio



È un film che all’inizio mi ha generato fastidio, e ho fatto fatica a concluderlo. E come possiamo valutare una pellicola che dà fastidio, che provoca insofferenza, che fa venire i nervi? A primo acchito male, se non fosse che l’obiettivo di chi lo ha pensato e di chi lo ha interpretato è proprio questo; e dunque il suo valore, artistico e sul livello dei contenuti, cambia necessariamente: un lavoro audace e originale che rispecchia perfettamente il tema che tratta. L’emblema della fretta oggettiva e necessaria rispetto alle emergenze del nostro pianeta e la lentezza, altrettanto oggettiva, ma portatrice di catastrofi, di una politica e di un apparato di comunicazioni non all’altezza della situazione. Avete presente la sensazione che si prova quando avete una fretta boia e c’è qualcuno che vi rallenta perché se la prende comodissima? Ecco, nel film proverete qualcosa del genere, ed è lo stato d’animo adatto a comunicare il messaggio di fondo: non c’è tempo da perdere, ma nessuno sembra accorgersene.
Il film è adatto alla scuola superiore: vale la pena guardarlo e rifletterci su. Sarebbe un’ottima lezione di educazione civica, migliore di tante altre lezioni tradizionali, se presentato bene e se segue un’analisi adeguata.

*****

Di seguito uno stralcio della recensione di Aldo Cazzullo sul Corriere:

«Sapete quante riunioni sulla fine del mondo abbiamo fatto? Crisi economica, armi nucleari, intelligenza artificiale ostile, inquinamento atmosferico, siccità, carestie, epidemie, crescita demografica, buco nell’ozono...». Basta questa frase-chiave, pronunciata dalla presidente degli Stati Uniti, a spiegare perché «Don’t look up» è il film dell’anno: sia di quello appena concluso, sia di quello appena cominciato. Perché, inventandone una immaginaria — la cometa in rotta verso la Terra —, riesce a raccontare e persino a farci ridere delle varie emergenze che ci sovrastano. A partire dalla più grave: il discredito della politica e dell’informazione.

La presidente Janie Orlean, interpretata da una Meryl Streep che si conferma a ogni occasione la più brava, è una sorta di Donald Trump donna. Viene dal business e dallo spettacolo. È di una superficialità disastrosa, però ha il polso del pubblico, possiede il senso del Paese. Il suo braccio destro è il figlio (peraltro più impreparato di Ivanka). È palesemente repubblicana, anche se il dettaglio non viene esplicitato proprio perché in fondo si tratta di un dettaglio: sulla scrivania dello Studio Ovale tiene una foto che la ritrae abbracciata a Clinton, come a chiamare in causa pure i democratici. La presidente all’inizio non presta credito alla minaccia, nel timore che le costi le elezioni di mid-term; salvo poi cavalcarla, per distogliere l’attenzione da uno scandalo sessuale (ha mandato foto intime al suo partner, che ha candidato alla Corte Suprema).






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