Visualizzazione post con etichetta Educare Narrando. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Educare Narrando. Mostra tutti i post

giovedì 24 dicembre 2020

Ho deciso di fare l'insegnante dopo aver rubato un orologio ... Da leggere - Educare Narrando


Una storia da leggere e rileggere e far leggere. Bella, commovente, ricca di significato

Un anziano insegnante incontra un giovane che gli chiede: - Si ricorda di me?
E il maestro gli dice di no.
Allora il giovane gli dice che è stato il suo studente.
E il professore gli chiede:
- Ah sì? E che lavoro fai adesso?
Il giovane risponde:
- Beh, faccio l’insegnante.
- Oh, che bello come me? gli ha detto il maestro.
- Beh, sì. In realtà, sono diventato un insegnante
perché mi ha ispirato ad essere come lei.
L'anziano, curioso, chiede al giovane di raccontargli come mai.
E il giovane gli racconta questa storia:
- Un giorno, un mio amico, anch'egli studente,
è arrivato a scuola con un bellissimo orologio,
nuovo e io l’ho rubato.
Poco dopo, il mio amico ha notato il furto
e subito si è lamentato con il nostro insegnante, che era lei.
Allora, lei ha detto alla classe:
- L'orologio del vostro compagno
è stato rubato durante la lezione di oggi.
Chi l'ha rubato, per favore, lo restituisca.
Ma io non l'ho restituito
perché non volevo farlo.
Poi lei hai chiuso la porta e ci ha detto a tutti
di alzarci in piedi perché avrebbe controllato le nostre tasche
una per una.
Ma, prima, ci ha detto di chiudere gli occhi.
Così abbiamo fatto e lei ha cercato tasca per tasca
e, quando è arrivato da me,
ha trovato l'orologio e l'ha preso.
Ha continuato a cercare nelle tasche di tutti
e, quando ha finito, ha detto:
Aprite gli occhi.
Ho trovato l'orologio.
Non mi ha mai detto niente e non ha mai menzionato l'episodio.
Non ha mai fatto il nome di chi era stato quello che aveva rubato.
Quel giorno, lei ha salvato la mia dignità per sempre.
È stato il giorno più vergognoso della mia vita.
Non mi ha mai detto nulla
e, anche se non mi ha mai sgridato
né mi ha mai chiamato per darmi una lezione morale,
ho ricevuto il messaggio chiaramente.
E grazie a lei ho capito che questo
è quello che deve fare un vero educatore.
Si ricorda di questo episodio, professore?
E il professore rispose:
-Io ricordo la situazione, l'orologio rubato,
di aver cercato nelle tasche di tutti
ma non ti ricordavo,
perché anche io ho chiuso gli occhi mentre cercavo.
Questo è l'essenza della docenza.
Se per correggere hai bisogno di umiliare,
allora non sai insegnare.

Dal WEB

giovedì 10 dicembre 2020

Viaggiate che sennò poi diventate razzisti, Di Gio Evan - Educare Narrando


Un bellissimo testo di Gio Evan, che vale la pena leggere e far leggere 

Viaggiate che sennò poi diventate razzisti e finite per credere che la vostra pelle è l'unica ad avere ragione, che la vostra lingua è la più romantica e che siete stati i primi ad essere i primi

viaggiate
che se non viaggiate poi
non vi si fortificano i pensieri
non vi riempite di idee
vi nascono sogni con le gambe fragili
e poi finite per credere alle televisioni
e a quelli che inventano nemici
che calzano a pennello con i vostri incubi
per farvi vivere di terrore
senza più saluti
né grazie
né prego
né si figuri
viaggiate
che viaggiare insegna
a dare il buongiorno a tutti
a prescindere
da quale sole proveniamo,
viaggiate
che viaggiare insegna
a dare la buonanotte a tutti
a prescindere
dalle tenebre che ci portiamo dentro
viaggiate
che viaggiare insegna a resistere
a non dipendere
ad accettare gli altri non solo per quello che sono
ma anche per quello che non potranno mai essere,
a conoscere di cosa siamo capaci
a sentirsi parte di una famiglia
oltre frontiere, oltre confini,
oltre tradizioni e cultura,
viaggiare insegna a essere oltre
viaggiate
che sennò poi finite per credere
che siete fatti solo per un panorama
e invece dentro voi
esistono paesaggi meravigliosi
ancora da visitare.
Gio Evan

sabato 5 dicembre 2020

Ho deciso: non mi fermo ai semafori perché limitano la mia libertà individuale. Se tu vuoi farlo, liberissimo.

 “IO HO DECISO, NON MI FERMO AI SEMAFORI!

Io sono un NO-SEM.
Cioè, se tu vuoi fermarti ai semafori, liberissimo, mica te lo proibisco. Ma io no.
Il semaforo limita la mia libertà di movimento e la mia libertà di scelta individuale. Cose previste dalla Costituzione e dal trattato di Schengen, libertà di circolazione, avete presente?
Io ammiro chi crede davvero che i semafori siano stati concepiti per la nostra "sicurezza". Sul serio, senza ironia, capisco chi pensa che la vecchietta che attraversa la strada e non finisce sotto la mia macchina, poi PER QUESTO motivo campi altri cent'anni. E' una cosa che ci hanno indotto a credere da sempre, indottrinandoci ben bene a partire dai nostri genitori (servi inconsapevoli, ahiloro).
Che poi, quelli investiti sulle strisce, siamo sicuri che non avessero altre patologie? Il 70% aveva problemi cardiaci, o problemi respiratori da raffreddore....sono morti PER schiacciamento da auto o CON schiacciamento da auto, ma prima o poi sarebbero morti lo stesso? Non "celo" dicono...
Fatto sta che nessuno sottolinea mai quanto i semafori consumino elettricità (SOLDI NOSTRI), deturpino il paesaggio e discriminino i daltonici, perché queste sono verità scomode.
E il mainstream non vi verrà mai neanche a dire che ci sono fior di studi SCIENTIFICI che dimostrano al 100% che se un'automobile o un motorino va a forte velocità contro il palo di un semaforo si schianta col rischio anche di MORTE. C'è tutta una letteratura al riguardo per cui i morti contro i pali dei semafori sono milioni. Però i media ne parlano bene e le autorità li impongono cercando di farci passare i semafori come una cosa per il "nostro bene"(ah ah, sì vabbe').
Si sa da tempo immemore che anche se una persona a piedi sbatte su un palo di semaforo poi ha delle conseguenze anche permanenti.
Ecco, tutto questo e tanto altro dovrebbe bastare ma non mi interessa fare proseliti, io racconto solo la verità, poi voi fate come volete, intanto io penso con la mia testa pur continuando a prendere multe e sanzioni perché ovviamente vado contro il sistema.
No problem, io proseguo nella mia battaglia illuminata e dico:
No, grazie, io non mi fermo ai semafori".
(Dal Web)

venerdì 31 luglio 2020

Insegnare vuol dire prima di tutto creare relazioni: la storia del piccolo Teddy e della maestra Thompson

Alunni con DSA e BES: il ruolo di una buona relazione insegnante ...

Una bellissima storia narrata da Elizabeth Silance Ballard.

Immaginiamo cosa sarebbe stato di Teddy se anziché il contatto con l'insegnato fosse stato dall'altra parte del monitor con la didattica a distanza.


******************

Mentre se ne stava davanti alla sua classe di quinta elementare, il primo giorno di scuola, la maestra disse ai bambini una falsità. Come la maggior parte degli insegnanti, guardò i suoi studenti e disse che lei li amava tutti allo stesso modo.

Tuttavia, ciò era impossibile perché lì in prima fila, accasciato sulla sedia, c’era un ragazzino di nome Teddy Stoddard. La signora Thompson aveva osservato Teddy l’anno precedente e aveva notato che non giocava serenamente con gli altri bambini…
I suoi vestiti erano disordinati e spesso avrebbe avuto bisogno di farsi un bagno. Inoltre, Teddy era scontroso e solitario.

Arrivò il momento in cui la signora Thompson avrebbe dovuto evidenziare in negativo il rendimento scolastico di Teddy; prima però volle consultare i risultati che ogni bambino aveva raggiunto negli anni precedenti; per ultima, esaminò la situazione di Teddy.

Tuttavia, quando vide il suo fascicolo, rimase sorpresa.
In prima elementare il maestro di Teddy aveva scritto: “Teddy è un bambino brillante con una risata pronta. Fa il suo lavoro in modo ordinato e ha buone maniere”.
Il suo insegnante, in seconda elementare, aveva scritto: “Teddy è uno studente eccellente, ben voluto dai suoi compagni di classe, ma è tormentato perché sua madre ha una malattia terminale e la vita in casa deve essere una lotta”.

Il suo insegnante di terza elementare aveva scritto: “La morte di sua madre è stata dura per lui e tenta di fare del suo meglio, ma suo padre non mostra molto interesse e, se non verranno presi i giusti provvedimenti, il suo contesto famigliare presto lo influenzerà”.
Infine l’insegnante del quarto anno aveva scritto: “Teddy si è rinchiuso in se stesso e non mostra più interesse per la scuola. Non ha amici e qualche volta dorme in classe”.
A questo punto, la signora Thompson si rese conto del problema e si vergognò di se stessa. Si sentì anche peggio quando i suoi studenti le portarono i regali di Natale, avvolti in bellissimi nastri e carta brillante, fatta eccezione per Teddy. Il suo dono era stato maldestramente avvolto nella pesante carta marrone di un sacchetto di generi alimentari.

La signora Thompson però aprì il regalo prima degli altri. Alcuni bambini cominciarono a ridere quando videro un braccialetto di strass con alcune pietre mancanti e una bottiglietta di profumo piena per un quarto, ma lei soffocò le risate dei bambini esclamando quanto fosse grazioso il braccialetto e mettendo un po’ di profumo sul polso.

Quel giorno Teddy Stoddard rimase dopo la scuola, giusto il tempo di dire: “Signora Thompson, oggi profumava come la mia mamma quando usava proprio quel profumo”.
Dopo che i bambini se ne furono andati, la signora Thompson pianse per almeno un’ora; da quel giorno si dedicò veramente ai bambini e non solo per insegnare loro le sue materie. Prestò particolare attenzione a Teddy e, con la sua vicinanza, la mente del piccolo iniziò a rianimarsi. Più lei lo incoraggiava, più velocemente Teddy rispondeva. Alla fine dell’anno, Teddy era diventato uno dei bambini più intelligenti della classe e, nonostante la sua bugia che avrebbe amato tutti i bambini in ugual modo, la maestra si accorse che Teddy divenne uno dei suoi “preferiti”.

Un anno dopo la fine della scuola, la signora Thompson trovò un biglietto sotto la porta: era da parte di Teddy; la lettera diceva che era stata la migliore insegnante che avesse mai avuto in vita sua. Passarono sei anni prima che ricevesse un altro messaggio da Teddy. Terminato il liceo, terzo nella sua classe, riferiva che la signora Thompson era ancora la migliore insegnante che avesse mai avuto in vita sua.

Quattro anni dopo, ricevette un’altra lettera, dicendo che quando le cose erano difficili, a volte, era rimasto a scuola, si era impegnato al massimo e ora si sarebbe presto laureato al college con il massimo degli onori. Confermava che la signora Thompson era sempre la migliore insegnante che avesse mai conosciuto in tutta la sua vita, la sua preferita.

Passarono altri anni e arrivò ancora un’altra lettera. Questa volta spiegava che dopo aver ottenuto la laurea, aveva deciso di andare avanti. La lettera spiegava che lei era ancora la migliore e preferita insegnante che avesse mai avuto, ma ora la sua firma era un po’ più lunga. La lettera riportava, in bella grafia, Dr. Theodore F. Stoddard.

Ma la storia non finisce qui. Arrivò ancora un’altra lettera quella primavera. Teddy scrisse che aveva incontrato una ragazza e stava per sposarsi. Spiegò che suo padre era morto un paio di anni prima e chiese alla signora Thompson di accompagnarlo al matrimonio facendo le veci della madre dello sposo.
Naturalmente, la signora Thompson accettò. E indovinate un po’ che fece?
Indossò proprio quel braccialetto, quello con gli strass mancanti, quello che Teddy le aveva regalato; fece anche in modo di mettere il profumo che la madre di Teddy indossava l’ultimo Natale che passarono insieme.
Si abbracciarono e il Dr. Stoddard sussurrò all’orecchio della signora Thompson:
“Grazie signora Thompson per aver creduto in me. Grazie mille per avermi fatto sentire importante e per avermi mostrato che avrei potuto fare la differenza.”
La signora Thompson, con le lacrime agli occhi, sussurrò: “Teddy, ti stai sbagliando. Sei tu quello che mi ha insegnato che potevo fare la differenza: non sapevo come insegnare fino a quando ti ho incontrato.”

Home Life, Elizabeth Silance Ballard, 1976.

mercoledì 15 luglio 2020

La strada per il successo spiegata da Ennio Morricone - Educare Narrando


«Ci siamo conosciuti a Roma nell'Anno Santo, il 1950. Era amica di mia sorella Adriana. A me piacque subito moltissimo. Ma a lei io piacevo meno. Poi Maria ebbe un incidente con la macchina. La ingessarono dal collo alla vita, come si faceva allora. Soffriva moltissimo. Io le sono rimasto vicino. E così, giorno per giorno, l'ho fatta innamorare. Perché nell'amore come nell'arte la costanza è tutto. Non so se esistano il colpo di fulmine, o l'intuizione soprannaturale. So che esistono la tenuta, la serietà, la durata. E la fedeltà. Fatto sta che ci fidanzammo. E ci sposammo nel '56».

«Come si fa a stare settant'anni con la stessa donna? Ora non usa più» 

Morricone sorrideva:

«La domanda la deve fare a mia moglie; è stata bravissima lei a sopportare me. Vivere con uno che fa il mio mestiere non è facile. Attenzione militare. Orari rigorosi. Giornate intere senza vedere nessuno. Sono un tipo duro, innanzitutto con me stesso e di conseguenza con chi mi sta attorno. Altrimenti i risultati non arrivano. Il successo viene certo dal talento ma più ancora dal lavoro, dall'esperienza e, ripeto, dalla fedeltà: alla propria arte come alla propria donna. Mi sono dato la regola di dare il meglio, sempre. Anche se non sempre ci si riesce».

Storie per educare: La maestra e i palloncini - Educare Narrando

Una bella storia da leggere e, se si può, applicarne i contenuti:

Una maestra ha portato i palloncini nella sua scuola e ne ha regalato uno ad ogni studente. Poi ha ordinato a ciascuno di scrivere il proprio nome sul palloncino, lasciarlo sul pavimento e lasciare l'aula. Una volta fuori, disse loro: "Avete 5 minuti affinché ognuno trovi il palloncino che porta il suo nome". Gli alunni sono entrati e hanno iniziato la ricerca, ma finiti i 5 minuti nessuno era riuscito a trovare il suo palloncino.

La maestra allora disse: "Prendete qualsiasi palloncino e consegnatelo al proprietario, trovandolo tra gli altri dicendo a voce alta il nome che ci è segnato sopra".

In pochi minuti tutti gli alunni avevano già il loro in mano.

Alla fine disse la maestra: " Ragazzi, i palloncini sono come la felicità. Nessuno la troverà cercando solo la sua. Invece, se ognuno si preoccupa di quella dell'altro, trova in fretta quella che gli appartiene".

venerdì 24 aprile 2020

Aldo Moro: "Perché questo è veramente amare la patria e l'umanità" - Educare narrando

Maggio 2018 - Aldo Moro, 40 anni dopo - Un anno di Rai - YouTube

In questi momenti difficili - per i lavoratori, per le famiglie, per il Paese - ci chiediamo cosa ognuno di noi possa fare per ricostruire, per ricominciare e rimettere su i mattoni che questa calamità ha buttato giù. 
Ci chiediamo cosa possiamo davvero fare per la nostra Italia, così prostrata dal punto di vista sanitario ed economico. 
Al di là di vuoti slogan nazionalisti - che ci permettiamo di definire persino patetici - Aldo Moro ci indica una direzione e una condotta


*****

Ora dobbiamo percorrere una lunga e difficile strada: dobbiamo appunto ricostruire. 
Cominciamo da qui. Rimettiamoci tutti a fare con semplicità il nostro dovere.
Chi ha da studiare, studi.
Chi ha insegnare, insegni.
Chi ha da lavorare, lavori.
Chi ha da combattere, combatta.
Chi ha da fare della politica attiva, la faccia, con la stessa semplicità di cuore con la quale si fa ogni lavoro quotidiano.
Madri e padri attendano ad educare i loro figlioli. E nessuno pretenda di fare più o meglio di questo.
Perché questo è veramente amare la patria e l'umanità.


mercoledì 22 aprile 2020

S. Freud: “I sentimenti della massa” - Educare Narrando


Proponiamo di seguito, in questo nuovo appuntamento con la sezione “Educare Narrando”, le parole di Sigmund Freud, il celebre padre della psicanalisi, sui sentimenti della massa.
La massa che, sappiamo, si impone storicamente nel Novecento, con i grandi movimenti, i partiti, sin dall’affermazione sette-ottocentesca dei principi liberali e democratici. La psicologia non poteva non occuparsene ed è amplissima la letteratura a riguardo che studia il fenomeno “massa”, cioè gli individui pensati nel contesto della moltitudine.

Freud ci dà un contributo, che a noi sembra assolutamente interessante e perspicuo, su cui è utile riflettere anche per meglio comprendere ciò che accade ai nostri giorni. 


****

“I sentimenti delle masse sono sempre semplicissimi e molto esagerati.
La massa non conosce né dubbi né incertezze.
Corre subito agli estremi, il sospetto sfiorato si trasforma subito in evidenza inoppugnabile, un’antipatia incipiente in odio feroce [...].
Pur essendo incline a tutti gli estremi, la massa può venire eccitata solo da stimoli eccessivi.
Chi desidera agire su essa non ha bisogno di coerenza logica fra i propri argomenti; deve dipingere nei colori più violenti, esagerare e ripetere sempre la stessa cosa.”


domenica 29 marzo 2020

"Io non avevo fatto il mio dovere: e per questo mi avevano lasciato stare": la lettera di Salvemini alla moglie di Matteotti - Educare narrando



Nel 1926 Gaetano Salvemini, esule in Francia, scrisse una lettera alla moglie di Giacomo Matteotti, deputato socialista ucciso dai fascisti per aver denunciato, nel giugno del 1924, i brogli elettorali che avevano dato ai fascisti il 65% dei consensi nella tornata elettorale di quello stesso anno.

La riportiamo nella sezione "Educare Narrando" di questo sito perché ci pare davvero uno sprone, per giovani e non più giovani, all'impegno sociale e politico, alla partecipazione attiva e responsabile nella costruzione di un mondo più bello e giusto; nella lotta, insomma, contro i soprusi e le prepotenze di ogni tipo.

***********************


Io attraversai, fra il 1921 e il 1924, un periodo di stanchezza fisica e di depressione morale.
Detestavo i fascisti ma non vevo fiducia negli antifascisti.
Me ne stavo tra i miei libri, risoluto a non entrare più nella politica attiva. Ma quando Lui (Giacomo Matteotti, ndr) fu ucciso, io mi sentii in parte colpevole della sua morte.
Lui aveva fatto il suo dovere: e per questo era stato ucciso.
Io non avevo fatto il mio dovere: e per questo mi avevano lasciato stare.
Se tutti avessimo fatto il nostro dovere, l'Italia non sarebbe stata calpestata, disonorata da una banda di assassini.
Allora presi la mia decisione. Dovevo ritornare ad occupare il mio posto in battaglia.
Ed ho fatto il possibile per attenuare in me il rimorso di non aver sempre fatto il mio dovere.





mercoledì 26 febbraio 2020

La ferita dei non amati, di Alberto Pellai - Educare Narrando


Risultato immagini per sofferenze d'amore

Di Alberto Pellai, tratto dalla sua pagina Facebook:

LA FERITA DEI NON AMATI

Le relazioni in cui dovremmo sperimentare il massimo dell’amore, sono a volte quelle che ci fanno toccare l’abisso del dolore più cupo. Non è solo il non sentirsi amati, ciò che ci uccide. E’ non comprenderne il motivo, per cui ciò succede.
Diamo il meglio di noi, elemosinando gocce d’amore, invece ci troviamo soffocati nelle sabbie mobili dell’indifferenza. Del maltrattamento. Della negligenza attiva, che decide di ritrarre l’amore proprio nel territorio in cui esso dovrebbe sovrabbondare. Si resta lì, frantumati, scomposti, dislocati. Si rincorre l’amore con una fame che ci obbliga a ingoiare qualsiasi cosa, pur di provare a sentire una sensazione di sazietà. Ma non si è mai sazi. Perché quasi sempre ci si sente soltanto riempiti. Da qualcosa che è diverso dall’amore che ci saremmo meritati.
Questo è terribile quando succede in una storia d’amore che si vive da adulti. Ma diventa tragico, quando quel “non amore” lo vivi sulla tua pelle, da bambino. Ovvero quando chi ti dovrebbe nutrire di protezione e sicurezza, ti affama per via della propria irresponsabilità affettiva.
Non finisce la vita, quando la inizi così. Però rimetterla sulla strada maestra, quella in cui impari a cercare l’amore che ti è stato negato e non ti accontenti delle sue imitazioni, è una fatica che quasi ti uccide. E in qualche modo è proprio così che devi fare: uccidere ciò che sei stato, per rinascere nuovo a te stesso.
Alberto Pellai

Se conosci qualcuno che ha una ferita di "non amore", confortalo/a condividendo questo testo. Che dovrebbe essere particolarmente utile a chi, nella prima parte della sua vita, si è trovato intrappolato in relazioni famigliari faticose.
--------------------------------




domenica 16 febbraio 2020

Ci sono cose da dire ai nostri figli ...



Prendiamo questa bellissima riflessione dal web e la riproponiamo qui, perché è bella, perché fa pensare. Grazie a Cinzia Pennati

𝐶𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑑𝑎 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖. 𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑎𝑑 𝑒𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑓𝑎𝑙𝑙𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑒́ 𝑢𝑛𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀.
𝑆𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑎𝑑𝑒 𝑒 𝑐𝑖 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑎𝑙𝑧𝑎. 𝐷𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑠’𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑎. 𝑁𝑜𝑛 𝑑𝑎 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜.
𝐷𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑚𝑎𝑠𝑐ℎ𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑔𝑜𝑛𝑜, 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑒𝑚𝑚𝑖𝑛𝑢𝑐𝑐𝑒. 𝐴𝑙𝑙𝑒 𝑓𝑒𝑚𝑚𝑖𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑡𝑡𝑎 𝑜 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑏𝑜𝑐𝑐𝑎𝑐𝑐𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑚𝑎𝑠𝑐ℎ𝑖𝑎𝑐𝑐𝑖.
𝐷𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑖𝑎 𝑒̀ 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑏𝑢𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑠é. 𝐶ℎ𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑠𝑝𝑎𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜𝑠𝑖, 𝑒 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑟𝑒𝑜𝑐𝑐𝑢𝑝𝑎𝑟𝑠𝑖.
𝐷𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑚𝑜𝑟𝑖𝑟𝑒, 𝑚𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑔𝑖𝑎.
𝐴𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑎𝑡𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎. 𝐶ℎ𝑒 𝑐𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑠𝑖̀, 𝑒 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑛𝑜. 𝐸 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑣𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒.
𝐶ℎ𝑒 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒, 𝑒 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑎. 𝐸 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑖 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑎.
𝐴𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑚𝑎𝑠𝑐ℎ𝑖 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑃𝑟𝑖𝑛𝑐𝑖𝑝𝑖 𝑎𝑧𝑧𝑢𝑟𝑟𝑖 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑒𝑣𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑎𝑙𝑣𝑎𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑜. 𝐴𝑙𝑙𝑒 𝑓𝑒𝑚𝑚𝑖𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑜 𝑙𝑒 𝑠𝑎𝑙𝑣𝑎, 𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑒. 𝐴𝑙𝑡𝑟𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑙𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑢𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑎𝑑 𝑢𝑐𝑐𝑖𝑑𝑒𝑟𝑒.
𝐴𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑐’𝑒̀ 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑓𝑖𝑛𝑜 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑓𝑖𝑛𝑖𝑠𝑐𝑒, 𝑒 𝑐𝑒 𝑛𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑟𝑔𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑡𝑟𝑜𝑝𝑝𝑜 𝑡𝑎𝑟𝑑𝑖.
𝐷𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑛é 𝑣𝑖𝑛𝑡𝑖 𝑛é 𝑠𝑐𝑜𝑛𝑓𝑖𝑡𝑡𝑖, 𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑙𝑜𝑡𝑡𝑎.
𝐷𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑒𝑟𝑖𝑎 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑒𝑑 𝑒̀ 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑜𝑔𝑛𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖. 𝐷𝑜𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖𝑟𝑙𝑎.
𝐷𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑖𝑐𝑢𝑟𝑜. 𝐴𝑙𝑐𝑢𝑛𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑟𝑖𝑒𝑠𝑐𝑜𝑛𝑜 𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑢𝑐𝑒.
𝐶ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒. 𝑃𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒.
𝐶ℎ𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑙𝑒. 𝐿𝑎 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐𝑖 𝑠𝑝𝑖𝑛𝑔𝑒 𝑖𝑛 𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖. 𝐸 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑜 𝑝𝑜𝑖 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎.
𝐷𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖 𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜. 𝐴𝑛𝑧𝑖, 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒, 𝑙𝑜 𝑠𝑎𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑢̀.
𝐶ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑠𝑒 𝑖 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑛𝑜, 𝑚𝑎 𝑙’𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑎𝑟𝑒. 𝐹𝑖𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑒.
𝐵𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎 𝑑𝑖𝑟 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑠𝑝𝑜𝑠𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑓𝑎𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖, 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖 𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜.
𝐶ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 ℎ𝑎 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑖𝑚𝑝𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒.
𝐶ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑣𝑒𝑟𝑡𝑎̀ 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑒 𝑑𝑜𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑓𝑎𝑟𝑐𝑒𝑛𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑖𝑐𝑜.
𝐶ℎ𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜𝑛𝑜. 𝑀𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑖.
𝐶ℎ𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑜𝑛𝑜. 𝐸 𝑠𝑖 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑐𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜, 𝑝𝑒𝑟 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒.
𝐴𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜. 𝑀𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜. 𝐷𝑜𝑣𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑝𝑖𝑢̀.
𝐸 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑎𝑟𝑒𝑚𝑜 𝑞𝑢𝑖. 𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜𝑛𝑜 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑟𝑒.

A cura di Cinzia Pennati di Sosdonne

venerdì 2 novembre 2018

"I morti ci aspettano". Riflessioni meravigliose del filosofo Emanuele Severino sul senso della morte - Educare Narrando

Segue questo meraviglioso testo sulla morte un breve intervento chiarificatore (si spera).

"Insieme a tutti i miei morti - e insieme a tutti i morti - mi aspetta (la moglie defunta, ndr). Ora sono degli Dèi. Per ora stanno fermi nella luce. Come le stelle fisse nel cielo.
Poi, quando la vicenda terrena dell'uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita che ognuno è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall'uomo.
Siamo desinati ad una Gioia infinitamente più intensa di quella che le religioni e le sapienze di questo mondo promettono. Nel Requiem cristiano si chiede - si chiede! - che nei morti risplenda la luce perpetua, si chiede che riposino in pace. Ma questo è inevitabile, è necessario che in loro questa luce risplenda e illumini qualcosa di infinitamente più alto di Dio. Non è chiesta: è il nostro destino. E non riposeremo "in pace". In pace riposano i cadaveri. Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all'infinito una gioia sempre più infinita. 
C'è bisogno di avvertire che, di quanto mi limito ad asserire, i miei scritti mostrano la necessità e il significato autentico di questa parola e della stessa "autenticità"?"

E. Severino, Il mio ricordo degli eterni (AUTOBIOGRAFIA), Rizzoli, Milano, 2011 




Gli uomini non muoiono tutti allo stesso modo. E difatti gli uomini, nelle varie epoche, non sono morti allo stesso modo, poiché si muore a seconda di come la morte viene pensata, intesa, considerata. Per gli uomini preistorici era per lo più un viaggio, una migrazione verso un altrove immaginato. Dai Greci in poi però - con la comparsa per la prima volta nel mondo del pensiero filosofico che, per sua natura, aspira all'incontrovertibile - cambia radicalmente il modo di intendere la morte: i Greci, evocando il nulla, considerano la morte come l'annientarsi di ciò che è. Si tratta del fondamento del nichilismo, che permea tutto il pensiero dell'Occidente, cristianesimo compreso (anche se non si direbbe). Il Pensiero a questo punto inizia la sua battaglia alla ricerca di un rimedio, di un riparo o una soluzione che dir si voglia, che risolva l'angoscia profonda che viene da questo nichilismo originario e radicale: l'annientarsi di tutto ciò che muore, appunto. 

Emanuele Severino ribalta questa prospettiva. La considera follia, poiché non è possibile che ciò che è non sia, come non è possibile che ciò che non è sia.
Giunge, al termine di una meravigliosa parabola filosofica - con la strutturazione di un pensiero rigoroso e finora non confutato - alla formulazione dell'eternità degli essenti: ogni cosa che è è eterna. Il bicchiere sul tavolo, le foglie, i pensieri, i movimenti che compiamo, le nostre emozioni, il gesto dello strizzare gli occhi e una carezza ai nostri figli. Tutto è eterno.
E la morte allora? La morte non è annientamento, ma è l'uscita dal cerchio dell'apparire.



Certo, questi concetti suonano strani, soprattutto perché così formulati sembrano una "fede"; e invece il filosofo bresciano mostra la necessità che le cose stiano così, prescindendo dalla volontà di un Dio dispensatore di eternità, al rispettare, da parte del mortale, di determinate condizioni (i Comandamenti, ad esempio). L'eternità appartiene a tutti, al "santo" e al più efferato dei criminali.

domenica 23 settembre 2018

Pericle e il suo meraviglioso discorso sulla democrazia - Educare Narrando

Risultati immagini per pericle
Nella nostra rubrica "Educare narrando" non può mancare - e ci scusiamo se è mancato finora - il celebre discorso di Pericle agli Ateniesi, in cui si esalta con parole meravigliose la democrazia rispetto alle altre forme di governo.
E si esalta la levatura culturale di Atene, di cui tutte le altre città della Grecia riconoscono la superiorità.
E' certo un discorso rimaneggiato da chi lo riporta, cioè Tucidide nel libro II della Guerra del Peloponneso, e certamente si tratta di un'apologia, ma è passato alla storia per le suggestioni che evoca, per lo sprone alla città a dare tutto, persino la vita di giovani leve, pur di preservare la città e la sua forma di governo, superiore alle altre: la democrazia.   



---------------------------------

Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda l’amministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale, ma più che per quello che vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale.

 Liberamente noi viviamo nei rapporti con la comunità, e in tutto quanto riguarda il sospetto che sorge dai rapporti reciproci nelle abitudini giornaliere, senza adirarci con il vicino se fa qualcosa secondo il suo piacere e senza infliggerci a vicenda molestie che, sì, non sono dannose, ma pure sono spiacevoli ai nostri occhi. 

Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati e nella vita pubblica la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a coloro che sono nei posti di comando, e alle istituzioni, in particolare a quelle poste a tutela di chi subisce ingiustizia o che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta. […] 

Amiamo il bello, ma con semplicità, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità di agire, che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene. Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici.

Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati dalle discussioni prima di entrare in azione. E di certo noi possediamo anche questa qualità in modo differente dagli altri, cioè noi siamo i medesimi e nell’osare e nel ponderare al massimo grado quello che ci accingiamo a fare, mentre negli altri l’ignoranza produce audacia e il calcolo incertezza. 

È giusto giudicare superiori per forza d’animo coloro che distinguono chiaramente le miserie e i piaceri, ma non per questo si lasciano spaventare dai pericoli. E anche per quanto riguarda la nobiltà d’animo, noi ci comportiamo in modo opposto a quello della maggioranza: ci procuriamo gli amici non già col ricevere i benefici ma col farli. Chi ha fatto il favore è un amico più sicuro, in quanto è disposto con una continua benevolenza verso chi lo riceve a tener vivo in lui il sentimento di gratitudine, mentre chi è debitore è meno pronto, sapendo che restituisce una nobile azione non per fare un piacere ma per pagare un debito. E siamo i soli a beneficare qualcuno senza timore, non tanto per aver calcolato l’utilità del beneficio ma per la fiducia che abbiamo negli uomini liberi.

 Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia, e mi sembra che ciascun uomo della nostra gente volga individualmente la propria indipendente personalità a ogni genere di occupazione, e con la più grande versatilità accompagnata da decoro. E che questo non sia ora un vanto di parole più che una realtà di fatto lo indica la stessa potenza della città, potenza che ci siamo procurata grazie a questo modo di vivere. Sola tra le città di adesso, infatti, essa affronta la prova in modo superiore alla sua fama, e lei sola al nemico che la assale non dà motivo di irritazione quando costui considera da chi è vinto, né al suddito, motivo di disprezzo, come se costui non fosse dominato da persone degne.

 Noi spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro, che nei versi può dilettare per il momento presente, mentre la verità sminuisce poi le opinioni concepite sui fatti, ma per aver costretto tutto il mare e la terra a divenire accessibili alla nostra audacia, stabilendo ovunque monumenti eterni delle nostre imprese fortunate o sfortunate. Per una tale città combattendo, costoro, che nobilmente pretesero di non esserne privati, sono morti, e ognuno dei sopravvissuti è giusto che sia disposto ad affrontare sofferenze per lei.

martedì 26 dicembre 2017

I giovani e il valore della sconfitta - Educare Narrando

Il titolo del post non è virgolettato poiché è stato estrapolato dal contenuto del testo che segue, una bellissima riflessione sul valore della sconfitta; tema, questo, che è più volte apparso nelle cronache recenti quando si parla di giovani, studenti, ragazzi di diverse età che non reggono la sconfitta, che non sopportano gli insuccessi, soprattutto se incalzati da adulti apprensivi, da contesti estremamente competitivi e "veloci", dove l'errore è un lusso che pare non potersi permettere. 

E allora la conseguenza di questa percezione alterata, ma spesso non ingiustificata, sono gesti eclatanti, estremi, a volte, purtroppo, tragici.
Le parole che seguono ci aiutano a riflettere sul valore morale della sconfitta onesta.


Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta.
Alla sua gestione.
All'umanità che ne scaturisce. 
A costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.
A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare. 
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.
E' un esercizio che mi riesce bene.
E mi riconcilia con il mio sacro poco.



--------------------------------




domenica 3 dicembre 2017

LE ANIME, di Luigi Pirandello - Educare Narrando

Una bellissima riflessione del premio Nobel Siciliano, scrittore e drammaturgo.
“Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali.
Han bisogni lor proprii e loro proprie aspirazioni le anime, di cui il corpo non si dà per inteso, quando veda l’impossibilità di soddisfarli e di tradurle in atto.
E ogni qualvolta due che comunichino fra loro così, con le anime soltanto, si trovano soli in qualche luogo, provano un turbamento angoscioso e quasi una repulsione violenta d’ogni minimo contatto materiale, una sofferenza che li allontana, e che cessa subito, non appena un terzo intervenga.
Allora, passata l’angoscia, le due anime sollevate si ricercano e tornano a sorridersi da lontano.”
Luigi Pirandello
-----------------------------------


giovedì 8 dicembre 2016

"Ognuno ha il suo tempo" - Educare Narrando

Testo davvero molto bello sul "tempo"; sulle lancette dell'orologio che scorrono per ciascuno in modo diverso. Ognuno vive il suo tempo e sarebbe un grande errore paragonare il proprio con quello altrui. Ognuno "è" un orologio unico ed irripetibile ed ognuno rende unico il proprio percorso di vita.
Seguono parole che fanno davvero riflettere.

"Qualcuno si è laureato a 22 anni e ha trovato lavoro a 27; qualcuno si è laureato a 27 anni e già aveva un lavoro. C'è qualcuno che è ancora single ed ha un figlio, altri che da sposati hanno dovuto aspettare 10 anni per essere genitori. Ci sono quelli che sono una coppia, ma amano altri, quelli che si amano e non sono niente e chi sta ancora cercando qualcuno da amare. Tutto funziona secondo il nostro orologio: le persone possono vivere solo secondo il proprio ritmo. Può sembrare che i tuoi amici siano più avanti di te o che siano più indietro; però loro si trovano nel loro momento e tu nel tuo. Vivi con pazienza, sii forte e credi in te stesso; non sei in ritardo e non sei in anticipo... sei nel tuo tempo." 

--------------------------------------------

lunedì 3 ottobre 2016

"I giorni perduti" di Dino Buzzati - Educare Narrando


Bellissimo racconto, contenuto in una raccolta di Dino Buzzati (180 racconti), dall'alto valore educativo. Una storia piena di significato sul tempo sprecato, sulle occasioni perse, sulle attribuzioni di priorità sbagliate. Buona lettura.

I giorni perduti
.
Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.
Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all'estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.
Kazirra scese dall'auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.
Si avvicinò all'uomo e gli chiese:
- Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c'era dentro? E cosa sono tutte queste casse?
Quello lo guardò e sorrise:
- Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni.
- Che giorni?
- I giorni tuoi.
- I miei giorni?
- I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?
Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.  C'era dentro una strada d'autunno, e in fondo Graziella la sua fidanzata che se n'andava per sempre. E lui neppure la chiamava.
Ne aprì un secondo. C'era una camera d'ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.
Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk il fedele mastino che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.
Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava diritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.
- Signore! - gridò Kazirra. - Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.
Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell'aria, e all'istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l'ombra della notte scendeva.

Dino Buzzati, "I giorni perduti", in 180 racconti, Milano, Mondadori.


-------------------
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...