Si teme la morte perché la si confonde con l’agonia, con la sofferenza che sono fenomeni della vita. Ma dopo l’agonia che cosa c’è? Ecco dunque il problema della morte. La nostra cultura concepisce la morte come annientamento. Ma è davvero così? O la morte, piuttosto, è un proseguire infinito oltre il dolore che caratterizza la nostra vita? Quando mi chiedono se ho paura della morte o perché la guardo con serenità rispondo che l’Occidente crede che morire sia andare verso il nulla. Dobbiamo capire che questo che crediamo un andare nel nulla è, in verità, lo scomparire degli Eterni. Quando la legna diventa cenere, crediamo si annienti la legna e nasca la cenere. Ma se sappiamo guardare a fondo, vediamo lo scomparire progressivo di singoli eventi (la legna che brucia, poi che brucia un po’ meno, la cenere che compare…): la morte ci appare nella forma dell’agonia, morire è il progressivo scomparire degli Eterni che escono dal cerchio dell’apparire. Ma l’uomo è destinato alla Gioia.
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giovedì 31 dicembre 2020
Si teme la morte perché la si confonde con l’agonia - Emanuele Severino
Ecco il tema della Gioia. Gioia, il superamento di tutte le contraddizioni che attraversano la nostra vita. Viviamo nella contraddizione, ma esiste un luogo in cui ogni contraddizione è oltrepassata? E noi, che cosa siamo, rispetto alla totalità di quel luogo? Quel luogo non è, forse, ciò che realmente siamo? La risposta è “sì, siamo quel luogo”.
Un luogo che chiamo Gioia. Gioia non è la felicità, che è sempre una volontà soddisfatta. La Gioia, invece, è infinitamente più alta. Non è volontà, ma eliminazione di ogni contraddizione.
Ecco perché avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia.
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martedì 12 maggio 2020
Emanuele Severino: "Alla grande politica deve dunque corrispondere la grande scuola”. Le parole di un colosso del pensiero

Ci si può allontanare dal passato solo se il passato è ben presente: mi distacco da te solo se ti conosco anche meglio di chi ti è amico. Un navigante può allontanarsi dalla riva solo se non si dimentica dove essa sia; altrimenti da un momento all'altro potrebbe fare naufragio sulle scogliere della riva del passato dal quale intende allontanarsi. È questa l’ingenuità di una scuola che ha dinanzi soltanto quello dei due poli del contenuto essenziale che è il presente. L’ingenuità opposta e speculare è quella di una scuola «umanistica» che intenda mostrare i grandi valori e le grandi opere del passato ignorando o mettendo tra parentesi i motivi per i quali oggi la tecnica si sente sempre più autorizzata a oltrepassare ogni limite e ogni valore del passato. Sono due atteggiamenti contrastanti.
Nella scuola i contenuti specifici devono certamente venire alla luce (la scrittura, il linguaggio, il calcolo, l’agire razionale, la conoscenza della configurazione del Pianeta e delle galassie, cioè di come è fatto questo mondo, le esperienze storiche, la storia delle esperienze religiose, ecc.); ma se i contenuti specifici vengono alla luce al di fuori del contesto che è loro proprio, si alterano, cioè non rispondono ai requisiti contenuti devono venire alla luce è il loro essere presentati sin dall’inizio (sia pure in modo sempre più adeguato) come elementi della tensione di cui stiamo parlando. I contenuti specifici devono essere presentati sin dall’inizio nella loro unità.
Ma chi presenterà la tensione tra passato e presente ‹come› tensione? Questo «‹come›» è importante. I contenuti della tensione tra passato e presente devono essere esibiti fin dall’inizio nella loro unità (in modo che non sia dimenticato né il passato né il presente); ma ad indicare la tensione ‹come tale› non può essere altri che la filosofia. Nella scuola che non fa sognare un popolo, sin dall’inizio si deve indicare la tensione. Ma il compito della filosofia consiste nell’indicazione ‹formale› della tensione.
Se chi insegna a scrivere deve farlo tenendo già presente che la scrittura appartiene al contenuto essenziale, allora anche chi insegna a scrivere deve aver presente la riflessione filosofica su quel contenuto. Qualsiasi forma di insegnamento deve essere in relazione al contenuto essenziale. Quindi non solo l’insegnate di filosofia, ma ogni insegnante deve aver presente tale contenuto. Il filosofico deve essere presente in ogni momento dell’insegnamento.
È necessario che dunque l’insegnante di filosofia conosca la questione filosofica centrale, che è appunto il rapporto tra il nostro tempo, distruttivo del passato, e il grande passato che è necessità distruggere. Ma non solo, oltre all'insegnante di filosofia, deve conoscere la dimensione filosofica anche l’insegnante di qualsiasi altra disciplina: se la scuola è il luogo in cui il popolo viene messo in relazione al contenuto imprescindibile, a maggior ragione le élites del Paese non possono ignorare tale contenuto e vivere in sogno; e le élites costituiscono tutto ciò che l’università produce (gli operatori in ogni campo – giuridico, economico, scientifico); sì che l’università stessa, in ogni sua facoltà, non può permettersi di prescindere dalla filosofia. La filosofia è dunque ciò che più o meno esplicitamente e profondamente è necessario che sia presente in ogni settore e grado della scuola, in quegli indirizzi che non prevedono l’insegnamento formale della filosofia. Anche se non esistesse l’insegnamento formale della filosofia, il contenuto filosofico essenziale al quale ho accennato è la dimensione senza di cui il popolo metterebbe la testa sotto la sabbia.
La necessità che la scuola renda presente questo contenuto essenziale (si può affidare all’autonomia della scuola il compito di decidere in merito ai contenuti particolari, ma non in merito a ‹questo› contenuto) è la necessità della grande politica, che è innanzi tutto la grande politica della scuola. Oggi non esiste la grande politica ma esiste o l’enfasi di chi si illude che la tecnica possa dominare il mondo dimenticandosi del passato, o l’enfasi di chi si illude (in Italia il movimento di sinistra e il cattolicesimo) di poter controllare, dominare la tecnica […]. Qui è in gioco ciò che è destinato a imporsi non solo come contenuto scolastico, ma come contenuto essenziale della civiltà europea. […] Alla grande politica deve dunque corrispondere la grande scuola.”
EMANUELE SEVERINO (1929), “La filosofia nella scuola” (trascrizione della conferenza tenuta presso la sede dell’«Istituto Regionale di Studi e Ricerca Sociale di Trento», 10 novembre 2000), in AA. VV., “La filosofia nella scuola. Tradizione e prospettive di una riforma”, a cura di Claudio Tugnoli, presentazione di Ennio Draghicchio, Franco Angeli, Milano 2001 (I ed.), (pp. 21 – 349), pp. 27 – 28.
mercoledì 15 aprile 2020
Giacomo Leopardi, ecco come ce lo raccontano due grandi filosofi: Emanuele Severino e Massimo Cacciari

Parliamo di uno dei massimi poeti e pensatori di tutti i tempi con l'aiuto di due filosofi del panorama italiano: Emanuele Severino e Massimo Cacciari.
Si tratta di due contributi eccellenti adatti alla scuola secondaria di II grado, in special modo ai licei.
Giacomo Leopardi non è soltanto l'autore prolifico e coltissimo che tutti abbiamo studiato a scuola; è molto di più. E' colui che svela, che toglie cioè il velo e lascia che si veda cosa c'è sotto: il senso profondo del nulla, con cui tutta la civiltà occidentale ha fatto i conti più o meno consapevolmente, ma che lui testimonia e mostra con lucidità spietata.
Leopardi, secondo Cacciari, è necessario per rivendicare un "genius italicum", un modo di pensare della tradizione italiana che ci tira fuori dal frequente provincialismo in cui siamo stati a lungo, che prende le mosse dall'umanesimo filosofico per arrivare a lui; ed è filosofia dolorosa, ma vera. Che pure ci impedisce di disperare. Disperare è impossibile. A Leopardi, insomma, non può attribuirsi il pessimo assoluto che la tradizione si ostina
In basso due link che rimandano alle lezioni magistrali dei due filosofi citati:
- SEVERINO PENSA LEOPARDI
- CACCIARI RACCONTA LEOPARDI
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giovedì 1 agosto 2019
Letture di agosto: DIALOGO SU ETICA E SCIENZA, Emanuele Severino ed Edoardo Boncinelli
Emanuele Severino, Edoardo Boncinelli - DIALOGO SU ETICA E
SCIENZA
Tempo di lettura: 3 ore circa
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Premessa: preferisco i saggi, che in genere sono un po' più
"pesanti" delle storie dei romanzi.
Premessa conclusa.
E' annoso il dibattito sui reciproci confini entro cui sia
la scienza sia l'etica devono mantenersi. Forse più la scienza, a cui si
pretende di dire: "Alt! Oltre questo limite non puoi andare, perché sconfineresti
in ciò che non ti compete".
Eppure negli ultimi decenni la tecnoscienza, forte di una
base che si è andata via via costituendosi, si va divincolando dai lacci
dell'etica. Ma dire etica vuol dire pensiero su ciò che si ritiene giusto o
sbagliato. E dunque: qual è la fondazione di quel ritenere le cose giuste o
sbagliate?
Potrebbe davvero esistere il potere smisurato della
tecnoscienza se non vi fosse un pensiero alla base che le legittima dicendo:
"Tu puoi fare quello che ti pare"?
Di questo e di altro si discute nel libro, che riporta il
dibattito tra Emanuele Severino, filosofo, ed Edoardo Boncinelli, scienziato.
Entrambi nel loro ambito godono di fama mondiale.
Chi la spunta, tra i due, sarà evidente. Si veda a questo
proposito la stoccata finale nelle postille riportate al termine del testo.
Buona lettura
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giovedì 7 marzo 2019
"L'educazione intesa come prassi è una forma di violenza", intervista ad Emanuele Severino
In un'intervista rilasciata dal celebre filosofo Emanuele Severino a "Siamo Donne" si discute del suo unico libro dedicato alla scuola e all'educazione: "Educare al pensiero". Il celebre filosofo bresciano ha fatto altri interventi su questo tema (per lo più su quotidiani nazionali e poi raccolti in volumi editi da Rizzoli), ma mai aveva realizzato un testo interamente dedicato all'educazione.E' chiaro che il libro racchiude i capisaldi del suo pensiero, che non sono affatto di facile comprensione; anzi, ad un orecchio che ascolta per la prima volta le sue parole, alcuni concetti potrebbero sembrare fin troppo astratti, o folli persino.
Ma non è così.
In fondo riportiamo il link all'intervista e, per chi può vederlo, il video stesso. Prima ancora inseriamo il link per acquistare il volume.
La costante della cultura occidentale è la cura per l'educazione come relazione che trasforma.
La volontà è alla base di ogni violenza. E' volontà che le cose siano altro.
Non esiste cultura né in occidente né in oriente in cui non si intenda la cosa come un trasformarsi.
Diventare altro vuol dire che si strappa da sé medesima, si smembra e invade l'altro che essa diventa. Ed è smembrato anche ciò che è invaso. Questa è la violenza: alterare ciò che si è e che si diventa.
Sulla base di questa persuasione nasce la volontà, che desidera la trasformazione dell'altro.
Se l'educazione è intesa come prassi, come volontà, anche l'educazione è una forma di violenza.
Capire che nulla diventa altro è il fulcro dell'educazione. Allo stesso modo capire che ogni ente è eterno è un approdo imprescindibile, è ciò in cui consiste l'educazione al pensiero come base degli interventi educativi.
venerdì 2 novembre 2018
"I morti ci aspettano". Riflessioni meravigliose del filosofo Emanuele Severino sul senso della morte - Educare Narrando
Segue questo meraviglioso testo sulla morte un breve intervento chiarificatore (si spera)."Insieme a tutti i miei morti - e insieme a tutti i morti - mi aspetta (la moglie defunta, ndr). Ora sono degli Dèi. Per ora stanno fermi nella luce. Come le stelle fisse nel cielo.
Poi, quando la vicenda terrena dell'uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita che ognuno è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall'uomo.
Siamo desinati ad una Gioia infinitamente più intensa di quella che le religioni e le sapienze di questo mondo promettono. Nel Requiem cristiano si chiede - si chiede! - che nei morti risplenda la luce perpetua, si chiede che riposino in pace. Ma questo è inevitabile, è necessario che in loro questa luce risplenda e illumini qualcosa di infinitamente più alto di Dio. Non è chiesta: è il nostro destino. E non riposeremo "in pace". In pace riposano i cadaveri. Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all'infinito una gioia sempre più infinita.
C'è bisogno di avvertire che, di quanto mi limito ad asserire, i miei scritti mostrano la necessità e il significato autentico di questa parola e della stessa "autenticità"?"
E. Severino, Il mio ricordo degli eterni (AUTOBIOGRAFIA), Rizzoli, Milano, 2011
Gli uomini non muoiono tutti allo stesso modo. E difatti gli uomini, nelle varie epoche, non sono morti allo stesso modo, poiché si muore a seconda di come la morte viene pensata, intesa, considerata. Per gli uomini preistorici era per lo più un viaggio, una migrazione verso un altrove immaginato. Dai Greci in poi però - con la comparsa per la prima volta nel mondo del pensiero filosofico che, per sua natura, aspira all'incontrovertibile - cambia radicalmente il modo di intendere la morte: i Greci, evocando il nulla, considerano la morte come l'annientarsi di ciò che è. Si tratta del fondamento del nichilismo, che permea tutto il pensiero dell'Occidente, cristianesimo compreso (anche se non si direbbe). Il Pensiero a questo punto inizia la sua battaglia alla ricerca di un rimedio, di un riparo o una soluzione che dir si voglia, che risolva l'angoscia profonda che viene da questo nichilismo originario e radicale: l'annientarsi di tutto ciò che muore, appunto.
Emanuele Severino ribalta questa prospettiva. La considera follia, poiché non è possibile che ciò che è non sia, come non è possibile che ciò che non è sia.
Giunge, al termine di una meravigliosa parabola filosofica - con la strutturazione di un pensiero rigoroso e finora non confutato - alla formulazione dell'eternità degli essenti: ogni cosa che è è eterna. Il bicchiere sul tavolo, le foglie, i pensieri, i movimenti che compiamo, le nostre emozioni, il gesto dello strizzare gli occhi e una carezza ai nostri figli. Tutto è eterno.
E la morte allora? La morte non è annientamento, ma è l'uscita dal cerchio dell'apparire.
Certo, questi concetti suonano strani, soprattutto perché così formulati sembrano una "fede"; e invece il filosofo bresciano mostra la necessità che le cose stiano così, prescindendo dalla volontà di un Dio dispensatore di eternità, al rispettare, da parte del mortale, di determinate condizioni (i Comandamenti, ad esempio). L'eternità appartiene a tutti, al "santo" e al più efferato dei criminali.
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sabato 13 gennaio 2018
L'eternità di ogni cosa (anche la tua!): l'illusione del tempo tra scienza e filosofia - Sapiens Sapiens
Siamo abituati, fin da scuola, a disegnare linee del tempo rivolte verso destra o verso l'alto, e intendiamo il passato come qualcosa di irrecuperabile e il futuro come il "non ancora", come l'ignoto che ci riserva non si sa cosa. Alcune discipline orientali, dal canto loro, propongono forme di meditazione per addestrare a vivere il "presente", nel "qui" e nell' "ora".
Al modo di concepire il tempo degli antichi Greci - una percezione del tempo circolare, come circolare è l'alternarsi del giorno e della notte o delle stagioni - il cristianesimo, soprattutto sotto l'influsso di Agostino, sostituisce un'idea del tempo lineare, fatta di passato, presente, futuro che corrisponde al tempo del peccato, della penitenza e della salvezza.
Questo modo di intendere il tempo imbeve la nostra cultura fin in profondità.
Ma le cose stanno proprio così? Il tempo, nel modo in cui lo concepiamo, esiste davvero? Possiamo parlare di passato in riferimento a ciò che "non è più" e di futuro su "ciò che non è ancora"?
Proponiamo un video, tratto dal nostro canale SAPIENS SAPIENS (iscrivetevi, se vi fa piacere! :) ), in cui affrontiamo il discorso TEMPO con l'aiuto di illustri studiosi: il grande fisico Carlo Rovelli e il filosofo Emanuele Severino (giudicato da Massimo Cacciari il più grande del Novecento insieme ad Heidegger). In più riportiamo due frammenti tratti da Quark e da un documentario della National Geographic
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giovedì 28 dicembre 2017
Fede, ragione, verità: riflessioni del filosofo Emanuele Severino - Sapiens Sapiens
Il video proposto in fondo è un collage di riflessioni del filosofo Emanuele Severino sul tema "fede e ragione", che potrebbe essere espresso anche con la dicitura "fede o ragione". Si può utilizzare anche in classe come spunto per lezioni o discussioni (è un video di circa 16 minuti).
Ne facilita la visione la suddivisione in capitoli, introdotto dal quesito fondamentale (sono in tutto 11) a cui il filosofo risponderà nei minuti successivi.
In sintesi i capitoli del video:
- Perché anche il cristianesimo rientra nell'alienazione che caratterizza la storia dell'Occidente?
- Perché c'è stata la rottura tra il pensiero di Emanuele Severino e la Chiesa?
- La fede è un dono?
- Cos'è la fede? Come può aiutare?
- Il Cristianesimo e la Chiesa riconoscono DAVVERO un potere politico che sia contrario ai precetti evangelici?
- Il "nocciolo" e il limite del pensiero della Chiesa
- Qual è l'origine della fede cristiana? E' innata o indotta?
- Come definire in maniera sintetica il rapporto tra ragione e fede?I limiti dell'approccio cristiano (IMPORTANTE!)
- "Fede e verità" oppure "fede o verità"?
- Cos'è l'uomo? Può l'uomo conoscere la verità?
- Non esiste un padrone (Dio) e un servo (Il mondo) che scaturisce dall'azione e dalla volontà del padrone: l'eternità insita in ogni cosa
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