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giovedì 2 giugno 2022

Perché il bacio sulla bocca ad un bambino è un gesto sbagliato - di Alberto Pellai

Di Alberto Pellai (con fonte e riferimenti social in fondo)

In questi giorni sui social ha imperversato una polemica relativa ai genitori che baciano in bocca i propri figli. È un gesto che si vede sempre più spesso fotografato anche nei profili di genitori famosi che sui loro social si mostrano coinvolti in questa azione con i proprio figli. In parte, il dibattito è scaturito quando è apparsa ed è stata diffusa su scala globale la foto di D. Beckham che bacia sulla bocca sua figlia Harper.

Diciamocelo chiaramente: è un gesto sbagliato. Senza se e senza ma. Perché gli adulti hanno la responsabilità di offrire tenerezza e contatto ai loro bambini senza mai ricorrere a gesti che possono essere fonte di eccitazione o sensazioni intense. Il tocco e il contatto dei genitori verso i propri bambini è il primo insegnamento che essi ricevono sull’importanza di rispettare i confini corporei. L’intimità che un genitore regala al proprio bambino è affettiva, ma non è amorosa.

Ad un bambino si deve dire “Ti voglio bene” e non dire “Ti amo”.

Ad un bambino si danno baci sulle guance, ma non sulle labbra. Ad un bambino si fanno le coccole, non tocchi eccitatori e sensuali. Dire “Ti voglio bene”, baciare sulle guance, coccolare comunica affetto ed è il linguaggio che promuove contatto emotivo tra adulto e bambino.

Dire “Ti amo”, baciare sulle labbra, toccare in modo da produrre eccitazione sensuale appartiene al linguaggio dell’amore e serve a generare intimità corporea tra due persone che possono dare consenso a tutto ciò perché ne conoscono i linguaggi, i significati, le implicazioni, le conseguenze.

Ogni gesto che riguarda il corpo del bambino è un gesto che gli deve comunicare affetto e che al tempo stesso deve formare in lui la percezione di quali sono i suoi confini corporei, ovvero quei limiti che nessuno può valicare senza il suo consenso. Un consenso che potrà dare solo quando avrà le competenze per distinguere ciò che è affetto da ciò che è amore.

Che cosa pensereste se vedeste uno zio, un maestro o un allenatore dare un bacio sulla bocca al vostro bambino? Probabilmente interverreste fermamente chiedendo che quella cosa non accada mai più. Quindi, se quel gesto è inappropriato se fatto da un adulto verso un bambino, resta inappropriato anche quando viene compiuto dai genitori. Vale per il bacio sulla bocca quello che vale per lo schiaffo. Non vorremmo mai che un adulto schiaffeggiasse i nostri figli. Questo rimane un buon razionale per imparare – noi stessi genitori – a non dare mai schiaffi ai nostri figli. Perché il rispetto che l’adulto deve al bambino, non cambia a seconda di chi lo deve mettere in gioco. Tutti gli adulti, genitori compresi, devono rispettare i bambini.

E i baci sulla bocca – così come gli schiaffi – non sono gesti rispettosi. Punto e basta. Se pensi che questa comunicazione sia utile ad altri genitori, condividila. Il dibattito, naturalmente resta aperto. Ma in questo caso, mi sento di chiedervi fiducia incondizionata: per una volta fidatevi di ciò che ogni buon professionista vi direbbe a proposito di questo argomento.


Fonte: https://www.facebook.com/profile.php?id=100044165512791

venerdì 7 agosto 2020

Fare un errore non vuol dire essere sbagliati: mai, da educatori, identificare l'errore con l'errante - Di Alberto Pellai

Ancora una volta riportiamo i pensieri di Alberto Pellai tratti dalla sua pagina Facebook; pensieri sempre profondi, sempre ben espressi e sempre utili per genitori, insegnanti, educatori.

In questo caso si parla del rimprovero a seguito di un errore. A quanti di noi almeno una volta è scappato: "Sei un buono a nulla!", oppure, anche quando siamo stati capaci di trattenere le parole, ci siamo traditi con il linguaggio non verbale, con i gesti, gli sguardi, la postura...

Si può educare con l'errore, anzitutto non identificando chi ha sbagliato con il suo errore: è un atto ad essere sbagliato, un compito, un'azione, non la persona!

Un errore è un errore.
Fare un errore vuol dire aver fatto uno sbaglio. Ma non vuol dire essere sbagliati. Se quando sbaglio l'unica cosa che sai fare è sgridarmi dicendomi: "Sei sempre il solito", oppure: "Di te non ci si può proprio fidare" o ancora peggio: "Sei un idiota", tu mi trasformi nel mio errore e io comincio a pensare che probabilmente non ce la farò mai a essere come dovrei essere. 

Educare è trasformare l'esperienza dell'errore in esperienza di crescita. Saperlo fare vuol dire essere educatori attenti e competenti. 

La dote che serve di più è la pazienza e la capacità di capire qual è il limite dell'altro e qual è l'allenamento alla vita che serve per trasformare il suo limite in risorsa.

Il detto "Sbagliando si impara" è verità allo stato puro, ma diventa realtà solo se quando si sbaglia, abbiamo vicino un allenatore alla vita che sa guardare oltre l'errore e comprendere e guardare negli occhi e nel cuore di chi quell'errore lo ha fatto.

La vita si impara.

lunedì 27 luglio 2020

Non chiamatela timidezza: il mondo viene portato avanti da chi parla poco e fa moltissimo - Di Alberto Pellai


Dalla pagina Facebook di Alberto Pellai:
https://www.facebook.com/Alberto-Pellai-607285592681142/

NON CHIAMATELA TIMIDEZZA 

Molte persone vengono considerate timide e introverse, quando in realtà sono semplicemente persone capaci di osservare in silenzio. Decidono di scegliere come e quando dare il proprio contributo. Si buttano meno nella mischia, non perché la temono. Ma perché attendono che la “mischia” diventi gruppo. 
Lì, all’interno di un gruppo, sanno sempre trovare il proprio posto e il proprio ruolo. Solitamente sono molto affidabili. 
Sono poco popolari, perché in questi tempi convulsi e sovraffollati si conquista consenso mettendosi in prima fila e alzando la voce, anche quando sarebbe meglio stare di lato e in silenzio. Se ci guardiamo intorno, vediamo che il mondo viene portato avanti proprio da chi parla poco e fa moltissimo.
C’è una maggioranza silenziosa che si è sempre fatta carico delle sorti di una nazione, di un popolo, della propria comunità. Lo fa perché è giusto farlo, perché nel farlo dà senso alla propria vita, perché è bello essere “belle persone”.
 Per questo definire queste persone “timide” è profondamente ingiusto. E sarebbe il caso di mostrare nei loro confronti anche una grande gratitudine. Invece, quasi sempre ci si dimentica di loro e ci si accalca nei luoghi dove gli urlatori sistemano i loro “scranni” e si costruiscono un podio, dal quale, urlando, si sentono potenti.
 C’è un’enorme differenza tra la prepotenza e la competenza. E non è certo una questione di timidezza. 
Se appartieni alla maggioranza silenziosa, questo messaggio e per te e per tutte le persone come te, con cui vorrai condividerlo.

 Grazie per esserci.

martedì 12 maggio 2020

Come deve essere la famiglia nella fase 2? I consigli di Alberto Pellai

La famiglia nella Fase 2, un viaggio in acque ignote?
La famiglia nella fase 2

Nel lockdown, tanti tra noi, in mezzo a mille difficoltà, hanno comunque vissuto vite molto, molto intense. Per noi famiglie ci sono state infinite sfide da superare. Economiche, educative, gestionali, relazionali. 

Un puzzle di elementi ignoti ci è apparso sul tavolo delle nostre esistenze, senza l’immagine già composta da cui prendere ispirazione per il processo di risoluzione. Non abbiamo risolto. Però abbiamo gestito. Se la nazione si avvia oggi alla Fase 2 è anche perché, noi famiglia, siamo stati un avamposto più che adeguato, un luogo di resistenza e resilienza che ha mostrato e dimostrato una “tenuta eccezionale” nei confronti di un’emergenza che aveva confini e caratteristiche inimmaginabili fino a tre mesi fa.Alberto Pellai

 La fase 2 sarà forse ancora più complessa della fase 1, per molti versi. Dovremo dosare la parola responsabilità con molte altre variabili. Dovremo usufruire dell’accesso al “fuori”, con tantissime limitazioni, difficili da incorporare nel nostro stile di vita. Ma ancora di più, da accogliere e integrare nella nostra mente. Lo spazio esteriore continuerà a rappresentare una minaccia e un allarme di cui essere consapevoli in ogni cosa che facciamo. Ogni nostro passo nel fuori non sarà libero, ma a sua volta “confinato”. Avremo ancora molta frustrazione da tollerare. E di questa frustrazione, noi genitori, dovremo continuare a farci carico anche per i nostri figli. Non sarà facile, ma ce la faremo. 

Come ha scritto Luis Sepulveda, che non è riuscito a sopravvivere a questa tremenda pandemia, “la vita si misura dall’intensità con cui si vive”. E quando siamo di fronte ai nostri figli, noi comprendiamo appieno il concetto di “intensità di vita”. Loro ce la testimoniano in funzione, anche, dell’esempio che noi sappiamo offrire loro, in ogni momento. Dovremo continuare ad essere esemplari. Che non vuol dire perfetti. Imperfetti, ma esemplari.

Testo tratto dalla pagina Facebook di Alberto Pellai

martedì 14 aprile 2020

Tutti promossi? Davvero il traguardo è più importante del percorso? - di Alberto Pellai

Esame di Stato e terza media: tutti promossi
Dalla pagina Facebook di Alberto Pellai, che vi invitiamo a seguire perché sempre interessante e ricca di spunti.
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Tutti promossi?
Davvero il traguardo è più importante del percorso? Ecco cosa penso di una promozione per tutti, pre-annunciata due mesi prima della fine della scuola.
Questo anno scolastico rappresenta per tutti, docenti e studenti, una sorta di salita in montagna. Il traguardo è ancora lontano. La strada da fare ancora molta.
Ci sono due strade per arrivare in cima.
Si può salire percorrendo un sentiero impervio e ripido che obbliga a faticare, motivarsi, stare in traccia e sostenersi a vicenda.
Oppure si può salire viaggiando sulla seggiovia. E arrivare lo stesso alla cima, freschi e riposati.
Nel primo caso ci siamo concentrati sul percorso. Noi siamo diventati il percorso e grazie a questa scelta abbiamo fatto nostro il traguardo. Nel secondo caso ci siamo concentrati solo sul traguardo. Il risultato garantito ci ha fatto evitare il percorso. Con tutto quello che esso aveva da insegnarci.
Purtroppo, da sempre l’essere umano si divide in due grandi gruppi. Quelli che puntano al traguardo, per i quali il percorso è solo un’incombenza da aggirare. Lo abbiamo visto, amaramente, nel mondo sportivo: pur di avere una medaglia al collo, il doping per alcuni è diventata la soluzione ideale.
Poi c’è invece il gruppo che sa che ciò che conta è il percorso. È nel fare il percorso che trovi il senso di tutto. Anzi, la meta, spesso, è una scusa per metterti in cammino e scoprire chi sei, durante quel lungo tragitto che ti separa dal traguardo.
La scuola maestra di vita dovrebbe essere garante del percorso, non del traguardo. Quello è una conseguenza. Per questo, la promozione garantita e annunciata due mesi prima del termine dell’anno scolastico per me rappresenta un autogol non indifferente. Ma sarà interessante vedere quale sarà la reazione di studenti e docenti alla notizia.
Approfondisco questo tema in un articolo appena pubblicato sul sito di Famiglia Cristiana. Un articolo che vi invito a condividere con i vostri figli, studenti, docenti. Mi sembra che ci sia davvero materiale per riflettere. Io lo farò oggi con i miei figli.


VAI ALL’ARTICOLO SU FAMIGLIA CRISTIANA
https://m.famigliacristiana.it/articolo/l-annuncio-tutti-promossi-toglie-ai-ragazzi-la-motivazione-allo-studio.htm

mercoledì 8 aprile 2020

"Il virus nella goccia", un video per fare prevenzione con i più piccoli

Riportiamo dalla pagina Facebook di Alberto Pellai, psicologo, psicoterapeuta, scrittore, articolista. 

Un video per i bambini più piccoli: uno strumento per fare prevenzione. Perché e come usarlo con i bambini
“Cari bambini in questi giorni abbiamo tutti paura del coronavirus. E’ un micro-organismo invisibile che ha costruito la sua casa dentro alle goccioline di saliva di chi ne è stato contagiato. Sta facendo ammalare molte persone, ma noi possiamo sconfiggerlo. Dobbiamo avere buone informazioni. Mettere in atto i comportamenti che evitano il contagio e soprattutto restare in casa. Dobbiamo imparare a stare uniti, ma distanti. Solo così sconfiggeremo il coronavirus. E potremo allora tornare a vivere come prima, liberi e più forti. Insieme ce la faremo.”
E’ questo il messaggio che vorremo fare arrivare alla mente e al cuore dei nostri bambini più piccoli. Per loro e con loro è più difficile trovare le parole che aiutano e spiegare, far capire, rendere accettabile un cambiamento di vita così drastico e un pericolo da tutti percepito come incombente e minaccioso. Le storie possono fare molto. Per questo ho scritto una storia che ora è diventata un video che, grazie alle immagini, facilita nei bambini molti apprendimenti.
Avrete molte più informazioni su questo video leggendo l’articolo predisposto per il Magazine di Family Health.
Grazie al team di Family Health per aver realizzato il video partendo dalla mia filastrocca. Potrebbe essere una storia della buonanotte per i bambini in età prescolare. E per voi insegnanti della scuola dell’infanzia e delle prime due classi della scuola primaria, questo video potrebbe essere un prezioso dono da fare ai vostri alunni condividendolo con loro.
Uniti, ma distanti.
Insieme, ce la faremo.



mercoledì 26 febbraio 2020

La ferita dei non amati, di Alberto Pellai - Educare Narrando


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Di Alberto Pellai, tratto dalla sua pagina Facebook:

LA FERITA DEI NON AMATI

Le relazioni in cui dovremmo sperimentare il massimo dell’amore, sono a volte quelle che ci fanno toccare l’abisso del dolore più cupo. Non è solo il non sentirsi amati, ciò che ci uccide. E’ non comprenderne il motivo, per cui ciò succede.
Diamo il meglio di noi, elemosinando gocce d’amore, invece ci troviamo soffocati nelle sabbie mobili dell’indifferenza. Del maltrattamento. Della negligenza attiva, che decide di ritrarre l’amore proprio nel territorio in cui esso dovrebbe sovrabbondare. Si resta lì, frantumati, scomposti, dislocati. Si rincorre l’amore con una fame che ci obbliga a ingoiare qualsiasi cosa, pur di provare a sentire una sensazione di sazietà. Ma non si è mai sazi. Perché quasi sempre ci si sente soltanto riempiti. Da qualcosa che è diverso dall’amore che ci saremmo meritati.
Questo è terribile quando succede in una storia d’amore che si vive da adulti. Ma diventa tragico, quando quel “non amore” lo vivi sulla tua pelle, da bambino. Ovvero quando chi ti dovrebbe nutrire di protezione e sicurezza, ti affama per via della propria irresponsabilità affettiva.
Non finisce la vita, quando la inizi così. Però rimetterla sulla strada maestra, quella in cui impari a cercare l’amore che ti è stato negato e non ti accontenti delle sue imitazioni, è una fatica che quasi ti uccide. E in qualche modo è proprio così che devi fare: uccidere ciò che sei stato, per rinascere nuovo a te stesso.
Alberto Pellai

Se conosci qualcuno che ha una ferita di "non amore", confortalo/a condividendo questo testo. Che dovrebbe essere particolarmente utile a chi, nella prima parte della sua vita, si è trovato intrappolato in relazioni famigliari faticose.
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lunedì 9 dicembre 2019

Quando i ragazzi soffrono a causa dei loro amici: "A Song For You", un libro di Alberto Pellai

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Un libro di Alberto Pellai, psicologo e docente universitario, per riconoscere e gestire le emozioni che nascono nei rapporti di amicizia tra ragazzi.

A volte vediamo un figlio soffrire a causa di come i suoi amici si comportano con lui. Essere tradito da un amico, essere escluso dall’amico del cuore è una cosa che fa soffrire molto in età evolutiva e che di rimando fa soffrire anche noi adulti. Che cosa serve ad un figlio in questi frangenti? Spesso noi adulti diventiamo intrusivi, cerchiamo di sistemare le cose, magari andando a cercare la persona che nella nostra prospettiva fa stare male nostro figlio. Ma è questo l’intervento che gli serve?

L’amicizia è una palestra per la vita, la relazione che più insegna ai nostri figli le competenze pro-sociali, la capacità di gestire le emozioni che nascono all’interno delle relazioni. Le emozioni, proprio tutte: quelle belle e quelle brutte.


E’ questo uno dei temi affrontati all’interno del libro: “A song for you. 50 canzoni per affrontare le sfide della vita” (De Agostini ed.). La canzone scelta per parlare di questo tema è una delle più belle di sempre: You’ve got a friend scritta da Carole King, di cui esistono infinite versioni.




martedì 22 ottobre 2019

"IO E TE", un film sull'adolescenza... e non solo: ansie, paure, hikkikomori, in una bellissima pellicola da vedere

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Di Alberto Pellai:

"Io e te è un film che ci aiuta a comprendere le fragilità che un ragazzo attraversa nella crescita. Ci mostra la fatica che alcuni adolescenti fanno nel loro aprirsi alla vita, al mondo, al futuro. 

Ci fa vedere come l’ansia dei genitori spesso diventa un boomerang che paralizza i figli rendendoli incapaci di andare avanti nel loro percorso di crescita, e quindi provocando blocco, stallo, ansia.

 A suo modo, Lorenzo rappresenta un buon esempio di ciò che oggi chiamiamo “Hikkikomori”, ovvero ragazzi incapaci di aprirsi alla vita sociale e relazionale fuori di casa e quindi intrappolati nel loro guscio domestico, che diventa nido e prigione al tempo stesso.

Io e te è un film ricco di stimoli, con due attori bravissimi, che fa anche molto riflettere sull’incapacità degli adulti di saper sostenere i figli nella fase della separazione.


Il film è assolutamente consigliato.

 Ne parlo in modo approfondito nell’articolo che ho preparato per la rubrica “Schermi di famiglia” di questo mese, per il magazine Family Health , che potete leggere cliccando sul link abbinato a questo post."


sabato 12 ottobre 2019

"La mamma di Attila": come sostenere la crescita di un adolescente guerriero - Un libro di Barbara Tamborini

Come si può sostenere la crescita di un adolescente guerriero? E, in particolare, che ruolo spetta alle mamme?
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Da un paio di giorni è disponibile in tutte le librerie il libro "La mamma di Attila", edito da Solferino Editore. L’ha scritto Barbara Tamborini e sfida genitori ed educatori, ma in particolare le mamme, a riflettere sulla complessità crescente dei ruoli educativi di fronte alla generazione dei millennials, una generazione variegata che vede al suo interno ragazzi chiusi in casa davanti ai videogiochi e gli impegnati che scendono in piazza, i violenti e gli indomiti.
L’analisi presente nel libro parte da un dato di fatto che accomuna tutti gli adolescenti: l’energia straripante, la spinta in avanti verso la vita.
 E’ una dimensione che possiedono tutti. Ma che poi mettono in gioco in modo alquanto differente. Che ruolo hanno le mamme di fronte alla straripante energia dei loro figli “tsunamici”? 
Come il codice materno si inserisce nel sostegno alla crescita e cambia nel passaggio da bambino a preadolescente ad adolescente? 
Fortemente ancorato agli assunti della teoria dell’attaccamento di J.Bowlby, “La mamma di Attila” è un libro che parla della “MAMMA” come archetipo e poi lo declina in tutti i differenti modelli materni, permettendo ad ogni lettore di trovare il codice materno da cui è stato “modellato” e ad ogni mamma di identificare quello che più le è proprio nella relazione con i propri figli. Così nel volume si parla della mamma di Attila, ma anche di tante altre mamme:
quella di Leonardo, quella di Hitler, quella di Marylin Monroe fino ad arrivare alla mamma di Federica Pellegrini
. 
Che cosa accomuna queste mamme? Che cosa le differenzia? Che responsabilità hanno rispetto a ciò che i loro figli e figlie hanno realizzato nella (e della) loro vita?

Come ben spiega la scheda del volume “questo libro è un inno di solidarietà tra genitori e un manuale di resistenza umana: per individuare i rischi che corrono gli adolescenti e gestire al meglio momenti difficili come la separazione, la trasgressione, la rabbia. Per stimolare la riflessione sui nostri modelli educativi, aiutarci a riconoscere automatismi e blocchi che minano le nostre relazioni e migliorare la nostra capacità di vivere legami sicuri”.

Buona lettura!

Il Libro cartaceo lo trovi qui: LA MAMMA DI ATTILA

martedì 8 ottobre 2019

"Il voto ai sedicenni? Ma anche no": l'opinione di Alberto Pellai, psicologo ed educatore

Risultati immagini per voto ai sedicenniIl parere dell'autorevole psicologo ed educatore Alberto Pellai sul voto ai sedicenni. In fondo l'articolo integrale tratto da Famiglia Cristiana. Qui di seguito, invece, il post dalla pagina ufficiale Facebook:

Dopo l’abbuffata di partecipazione collettiva dei giovanissimi alla vita politica che ha connotato gli anni ‘70, a partire dagli anni ’80 ragazzi e ragazze si sono progressivamente disinteressati della dimensione pubblica, e quindi anche politica, della loro vita.
Non solo loro, in verità, considerato che quasi la metà degli adulti aventi diritto al voto, non si presenta alle urne. 
Negli ultimi decenni la politica è diventata una dimensione “altra”, quasi aliena che ha faticato sempre più a stare in contatto con la gente, ovvero con chi decide chi mettere al governo.
 Se uomini e donne si sentono sempre più distanti da chi eleggono, per ragazzi e ragazze la distanza con i politici di turno potrebbe addirittura rivelarsi siderale.

Considero la proposta di far votare i 16enni puramente demagogica e temo che se mai si verificasse, i politici di turno desiderosi di carpire i loro voti, si concentrerebbero di più sulle strategie di comunicazione e marketing per sedurli sul social di moda, piuttosto che sulle politiche giovanili per ridare speranza e un futuro ai loro sogni."


martedì 17 settembre 2019

Educazione emotiva: "La bussola delle emozioni", l'ultimo libro di Alberto Pellai, corredato da una ricca filmografia ... utilissima a scuola

Risultati immagini per la bussola delle emozioniDopo tanti anni trascorsi a lavorare con bambini e ragazzi mi rendo conto che è davvero urgente, anche nelle scuole, una seria educazione alle emozioni. Educarle non vuol dire creare a tutti i costi le condizioni in cui esse smettano di esistere, di manifestarsi. No, proprio no; sarebbe impossibile. Le emozioni esistono e non si tarpano. Non si spiegano, si dispiegano. Non si controllano, si riconoscono e si accettano.
 Tutto questo è possibile anche grazie ad un serio intervento educativo e il libro che segnaliamo oggi - La bussola delle emozioni - fa proprio a questo caso.
Gli autori sono Alberto Pellai e Barbara Tamborini.


“La bussola delle emozioni (Mondadori, 255 pagine) è un libro a uso e consumo dei ragazzi, per orientarli tra gli alti e bassi umorali dei loro anni. Propone anche una mini-bussola per genitori, utile a riconoscere e a gestire le quattro emozioni più ostiche: tristezza, paura, rabbia e disgusto.
Si tratta di una guida all’autoanalisi di reazioni e comportamenti in cui gli stessi giovani spesso faticano a riconoscersi.
 Venirne a capo è una gran fatica: richiede tempo e impegno. Il volume, con tanti esempi pratici e una bella filmografia, è scritto per gli adolescenti, ma Pellai ha qualcosa da dire anche a noi adulti”

Se il libro ti interessa, se ti è utile perché sei un genitore, un insegnante, un educatore, puoi trovarlo ai link in basso:

Edizione cartacea - "La bussola delle emozioni. Dalla rabbia alla felicità, le emozioni raccontate ai ragazzi"

Edizione e-book - "La bussola delle emozioni. Dalla rabbia alla felicità, le emozioni raccontate ai ragazzi"




Di seguito la presentazione dalla quarta di copertina:


Ti sei mai chiesto perché a volte tutto funziona alla perfezione nella tua testa e a volte invece sembra che ci sia il terremoto? Perché ti arrabbi all'improvviso per motivi apparentemente banali, o per un no da parte dei tuoi genitori? Come mai con un professore ti senti rilassato quando ti interroga e dai il meglio di te e con un altro invece sei agitatissimo e rischi di prendere un brutto voto? Immagina di poter avere tra le mani una vera e propria bussola per orientarti nel complesso territorio delle emozioni primarie: la tristezza, la paura, il disgusto, la rabbia, la sorpresa e la gioia. Grazie a essa riuscirai a mettere a fuoco perché in determinati momenti ti comporti in un modo che a volte fatichi tu stesso a spiegarti. Per ogni emozione troverai: un test che ti aiuterà a capire che rapporto hai con essa; un racconto di vita personale con cui confrontarti e riflettere; una spiegazione di come funziona il nostro cervello; consigli pratici su come gestire al meglio ogni situazione. Per finire, una filmografia pensata ad hoc per rivivere ogni singola emozione tra lacrime e risate. Età di lettura: da 10 anni

martedì 30 agosto 2016

Gli errori da non commettere quando il bambino non vuole regole (da un intervento di Alberto Pellai)

Perché un bambino non vuole regole? Come comportarsi in questi casi?

Il professor Pellai fornisce indicazioni utili dal canale youtube di quimamme.

Di seguito riportiamo un estratto del suo intervento, liberamente riadattato, e, in fondo, il video integrale.

Solitamente un bambino è sregolato per due ragioni: o perché non ha ricevuto regole (e quindi, per forza di cose, non può averne), oppure perché di regole ne ha ricevute troppe; in questo caso, nel giro di pochi minuti gli vengono date "vagonate" di stimoli-informazioni-ordini su cosa deve o non deve fare. Così accade che il bambino non è in grado di prestare attenzione a questa lunga serie di indicazioni e va in tilt.

Un'altra regola importante per educare è, inoltre, predicare bene, ma razzolare ancora meglio. Non c'è modo migliore, per creare confusione nel bambino, che mostrargli che l'adulto non fa quello che gli dice di fare.

Le regole al bambino devono essere spiegate: ti dico di fare, o non fare, questa cosa "perché" ... Serve un motivo che metta il bambino nelle condizioni di sapere il perché di quella regola. Non servono però prediche lunghissime, che otterranno l'effetto opposto. Serve, invece, una spiegazione breve e chiara: "Non camminare scalzo altrimenti rischi di prendere freddo e farti male ai piedi". Punto.

Un'altra cosa che non funziona è fare troppe eccezioni alla regola: se c'è una regola, va bene un deroga, ma quando le deroghe diventano troppo il bambino, intelligentemente, interiorizza l messaggio che ... proprio una regola vera non è! 


sabato 20 agosto 2016

Cosa fa bene ad un bambino che non vuole regole (un video di Alberto Pellai)

Perché un bambino non vuole regole? In che modo far sì che si senta fiducioso verso le regole che gli vengono date?

Anche in questo caso il professor Alberto Pellai fornisce indicazioni utili dal canale youtube di quimamme.

Di seguito riportiamo un estratto del suo intervento, liberamente riadattato, e, in fondo, il video integrale.

La prima sfida è capire quali sono le regole di cui il bambino ha bisogno e quante riesce a "contenerne", cioè quante regole riesce a seguire senza andare in saturazione per eccesso di regole impartite.
Ovviamente quelle fondamentali di cui ha bisogno riguardano la sua autoprotezione (che gli servono per esplorare il mondo senza farsi male), e quelle che necessarie per gestire i momenti della giornata, come i pasti, la nanna, i momenti del gioco etc.

Come comunicare le regole?
"Io mi aspetto da te che tu faccia o non faccia questa cosa", è il modo più immediato. Ma proprio nel momento in cui va applicata la regola l'educatore deve ricordarla al bambino: "Ecco, adesso devi fare quello che dicevamo prima".
Ovviamente la migliore abitudine ad una regola è l'esempio, e quindi il bambino non dovrà mai vedere un adulto che fa il contrario di ciò che gli dice.
Fondamentale è anche il rinforzo: il bambino che avrà applicato la regola è bene che venga premiato, ed è anche utile farsi "reinsegnare" dal bambino quello che ha imparato: "Fammi vedere come si fa, perché tu sei più bravo!".

I bambini perfetti non esistono, quindi succede che non rispettino sempre le regole. Cosa fare?

Niente punizioni corporali, innanzitutto: queste fanno sentire l'adulto potente, ma non lo rendono competente.

Con pazienza serve una ricorsività della regola, attraverso cui ricordare al bambino cosa deve e non deve fare. A lungo andare la regola verrà interiorizzata, nella maggior parte dei casi.
In caso negativo, il bambino va accompagnato in uno spazio di riflessione, in un cantuccio in cui deve pensare a ciò che non è andato bene e al suo comportamento sbagliato. A quel punto l'adulto, dopo 5-10 minuti, dirà al bambino di venire fuori dal suo cantuccio e il piccolo deciderà se fare o no la cosa giusta. Questo serve per allontanarlo dal luogo in cui trasgrediva la regola e, in più, gli dà la possibilità di decidere quando iniziare ad applicarla, senza un'inutile coercizione. 
In questo modo, sempre o quasi sempre, i bambini saranno pronti ad allearsi con l'adulto per il rispetto della regola. 

Cliccando qui sarai ricondotto alla pagina dedicata agli 

interventi del prof. Alberto Pellai


sabato 16 luglio 2016

Come "Parlare di ISIS ai bambini", a cura di Dario Ianes


Il brano che segue è tratto dal libro "Parlare di Isis ai bambini", edito da Erickson e curato da Dario Ianes, i cui autori sono Pellai, Montanari, Mazzeo, Morin.

I recenti episodi di cronaca, drammatici, che lasciano il cuore pesante e le coscienze pietrificate, obbligano genitori, educatori, insegnanti, adulti ad affrontare la questione con i bambini: del resto è quasi impossibile che i più piccoli non si pongano domande, se ogni giorno vengono bombardati da immagini di tragedie, di volti di persone ammazzate, di bamboline accanto ai corpi di bambini morti.
Niente riesce a sminuire la portata della tragedia, né la gravità della violenza che la provoca, tuttavia ci sono canali comunicativi migliori di altri per affrontare la questione con i più piccoli.
Gli autori di questo libro suggeriscono strategie e modalità per affrontare il discorso, per rispondere alle domande di chi, troppo piccolo, non ha gli strumenti per comprendere ciò che vede. Il testo che segue è di Alberto Pellai, ed è estrapolato dal testo. In fondo al post trovate anche il link per acquistare il libro su Amazon.

“Figlio mio hai ragione quando dici che le immagini della Tivu e le parole della radio ti mettono tanta paura. E no, io non posso assicurarti che a noi non succederà mai, che la nostra vita resterà indenne da tutto questo. Però, io e te possiamo fare subito qualcosa per rendere il mondo un posto bello in cui vivere. Possiamo abbracciarci, così i nostri cuori che battono, l’uno contro l’altro, faranno capire alla nostra mente che non siamo soli. Che io e te possiamo contare l’uno sull’altro quando qualcosa ci spaventa. E sappi che io non sarò mai stanco di regalarti la forza protettiva del mio abbraccio. 

Possiamo cercare una stella, lassu nel cielo, e immaginarci che le anime di tutte le persone che hanno perso la vita per una strage così violenta e ingiusta ora sono là, dentro quella luce, a guardare il mondo dall’alto. A parlare in una dimensione che non ha più spazio e nemmeno tempo, di quanto piccolo è il cuore dell’uomo quando pensa che impugnare un’arma e sparare sia un buon modo per fare giustizia su questa terra. E possiamo anche immaginarci che su quella stella dove c’è luce, ma non c’è spazio e nemmeno tempo, a parlare con chi è morto c’è anche chi quella morte ha provocato. E lì, mentre sono tutti in cerchio, a quelle persone che hanno seminato morte, ora un papà sta mostrando dal cielo il viso di suo figlio che piange sulla terra, perché è rimasto solo e ha paura. Perché la sua mamma è anche lei rimasta sola, e si sta domandando se avrà la forza di far crescere quel bambino con la capacità di continuare a credere che vale la pena avere speranza nel domani. Chi ha causato quelle lacrime e tutto quel dolore a quel bambino e alla sua mamma, improvvisamente capirà la follia del suo gesto. E stando lassu sulla sua stella, ne proverà un rimorso così profondo da non riuscire a fare altro: rimarrà dentro alla luce meravigliosa di quella stella affogando nel dolore implacabile della vergogna per ciò che ha fatto. 
Quando domani incontrerai i tuoi amici e compagni che vengono da un’altra nazione, hanno un altro colore della pelle, professano un’altra religione , continua a cercare nei loro volti lo sguardo e il sorriso di un potenziale fratello e nei loro corpi la voglia di giocare di un amico a cui tirare la palla. Non ti posso salvare da un fanatico religioso che vuole affermare la sua follia travolgendo con un furgone che corre impazzito una folla riunita per fare festa. Quello io non lo so fare. E come hai visto in Tivu, non ci riesce a volte nemmeno la polizia e la politica che dovrebbero rendere il mondo un posto bello e sicuro in cui vivere. Ma ti posso insegnare la forza della solidarietà, la dignità della cooperazione, il desiderio di costruire, il bisogno di continuare a credere che l’uomo - ogni uomo - indipendente dal colore della sua pelle e dal Dio che prega al mattino e alla sera, è un mistero che chiede solo di essere accolto e amato. E nell’amore, nella solidarietà e nella cooperazione, io e te insieme possiamo costruire un mondo migliore. E possiamo dire a tutte le persone che vivono accanto a noi e che sono mulsulmane, oppure induiste o che non hanno il nostro stesso colore della pelle che loro possono fare lo stesso insieme a noi. Se tutti insieme ci riusciremo, tra qualche anno saranno loro ad insegnare a chi pensa di affermare la superiorità del proprio Dio attraverso la forza delle armi, che quella è una via sbagliata. E che qualsiasi religione si basa sulla forza dell’amore. E non sulla forza della forza. 
Perché se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato è che chi è amato, impara ad amare. Mentre chi odia, impara ad odiare. E allora, anche se qualcuno ti verrà a dire che adesso c’è bisogno di vendetta, perché nessuno ha il diritto di farci provare così tanto terrore e paura, tu non crederci. Perché nel bisogno di vendetta si nasconde l’odio. E l’odio non porterà mai alla pace. E alla giustizia.
Ecco, figlio mio, non ti posso dare la certezza che a te e a me non succederà mai qualcosa di brutto. Ma ti posso assicurare che io e te insieme possiamo rendere questo mondo migliore. Con le nostre parole, i nostri gesti, i nostri sguardi. E la nostra voglia di pace. Abbracciami forte allora figlio mio. Prendi forza dal mio cuore che batte contro il tuo. Impara che quando ci si abbraccia, quando ci si guarda negli occhi, quando si alza lo sguardo al cielo per trovare la vera luce, il brutto smette di essere tale, la paura perde consistenza e si contamina con il coraggio dell’Amore. Quell’amore che stasera fa di me e di te insieme un “NOI” più grande del terrore che hai provato nel cuore guardando le immagini della strage di Parigi. Buona notte, figlio mio. Sogna la luce.”


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Cliccando qui sarai ricondotto alla pagina dedicata agli 

interventi del prof. Alberto Pellai

venerdì 15 luglio 2016

Come affrontare la bocciatura di un figlio, di Alberto Pellai

Ringrazio fin da subito il prof. Pellai che concede a questo blog la possibilità di utilizzare i suoi interventi. Anche stavolta, sulla sua pagina Facebook egli propone una riflessione utilissima rispetto alla circostanza, incresciosa, della bocciatura di un figlio, evidenziandone i risvolti psicologici, gli errori di valutazione e persino le opportunità che si nascondono sotto un insuccesso o, meglio, un "incidente di percorso".

La bocciatura viene vista, il più delle volte, come un fallimento, da cui spesso i ragazzi e le famiglie fanno fatica a riprendersi. Il prof. Alberto Pellai, noto psicologo, psicoterapeuta, docente universitario e autore di molti libri, affronta la questione sulle pagine del blog nostrofiglio.it, in un articolo curato da Alice Dutto.

All'articolo il professore premette questa riflessione, a cui faremo seguire il link che rimanda all'intervento completo.

"La bocciatura di un figlio viene vissuta in molte famiglie come un fallimento. I genitori a volte pensano di non essere stati mamme e papà adeguati, capaci di sostenere nel giusto modo il percorso scolastico del figlio. Molti ragazzi vivono la propria bocciatura non come un “incidente di percorso”, ma come un vero e proprio fallimento personale. E si sentono sbagliati, facendo fatica a credere di nuovo nelle proprie potenzialità. La scuola stessa vive le bocciature dei propri alunni come un insuccesso della propria proposta educativa. La bocciatura rappresenta certamente un momento di stallo, crea disagio e deve essere oggetto di riflessione, ripensamenti, riprogettazione. Ma non è un fallimento. E’ un evento critico che, se ben affrontato, può addirittura portare con sé molte cose buone. Molti ragazzi dopo una bocciatura fanno un vero e proprio salto di qualità nel loro percorso scolastico. Per esempio, alcuni grazie alla propria bocciatura, “riorientano” il proprio progetto e con il cambio di indirizzo e l’iscrizione ad un nuovo corso di studi trovano finalmente la propria strada. Altri si attrezzano e desiderosi di non voler più fare sbagli, riflettono sul proprio metodo di studio e lo modificano, innovandolo completamente, raggiungendo finalmente il successo e i traguardi sperati. Altri infine, comprendono che la vita è fatta anche di fatica. E che la bocciatura sanziona uno stile di impegno e studio troppo disimpegnato e disincantato, distratto e poco motivato che non semplicemente porta ad un fallimento scolastico, ma che, contestualizzato al proprio percorso di vita, potrebbe portare in futuro ad altre fatiche e a scarso successo. E quindi, consapevoli del proprio errore, perché ne hanno riscontrato le indesiderate conseguenze, riaggiustano la “mira” e si mettono di nuovo a centrare l’obiettivo dello studio e del profitto. E imparano a fare la fatica di fare fatica.
In generale la bocciatura non è mai un fallimento. E’ un’occasione di riflessione e ripensamento. E’ un evento critico, che come ogni crisi, porta con sé molte opportunità e potenzialità."



L'ARTICOLO è TRATTO DALLA PAGINA FACEBOOK DI ALBERTO PELLAI PER CONCESSIONE DELL'AUTORE.
LA PAGINA LA TROVI AL LINK RIPORTATO IN BASSO:

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martedì 2 febbraio 2016

Ora sarete contenti: perché il messaggio della ragazza di Pordenone ci riguarda tutti, di Alberto Pellai

Una riflessione del prof. Alberto Pellai sul tentato suicido della dodicenne di Pordenone. Nel post c'è un richiamo al libro "Girl R-Evolution. Diventa ciò che sei" (ed. De Agostini) in cui si dedicano due capitoli che riguardano proprio casi simili a quello considerato.

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Il caso della preadolescente di Pordenone, che si è buttata dal secondo piano perché non riusciva più ad affrontare i suoi compagni di classe e non voleva perciò tornare a scuola, ha sconvolto tutti. Speriamo che la sua sia una storia a lieto fine. La vita, grazie ad una tapparella che ha smorzato l’impatto della caduta, ha offerto a questa ragazza la possibilità di poter dare voce al proprio dolore. Non da morta, ma da viva. E probabilmente per lei adesso tutto sarà diverso. Perché questa ragazza capirà che si può dire che si sta male e perché si sta male. E anche che non si deve avere paura a condividere il proprio dolore e il proprio senso di angoscia raccontandolo a chi ci può dare aiuto. Tutti i nostri figli devono sapere che quando in mezzo al gruppo dei pari ci si sente esclusi, umiliati, denigrati, danneggiati chiedere aiuto agli adulti è non solo necessario. A volte può addirittura salvarci la vita. 
Credo che anche per tutti i suoi amici, il fatto che la ragazza si sia salvata, rappresenti un lieto fine e un’opportunità per rimediare a tutto il male che le hanno fatto. Non oso immaginare quale avrebbe potuto essere il senso di colpa per aver causato una disgrazia irreparabile ad una propria compagna. Di classe e di vita. Il suo gesto estremo ha fatto vedere a tutti il dolore che deriva dall’essere presi in giro, dall’essere identificati come vittima designata. Io immagino che se oggi parlassi con i suoi compagni di classe tutti si dichiarerebbero tristi e pentiti. Ma probabilmente la frase più frequente che mi sentirei dire è: “Noi pensavamo di fare soltanto qualche piccolo scherzo quando la prendevamo in giro. Non ci avevamo pensato che lei avrebbe potuto prendersela così tanto, stare così male”.

Eh, già: la frase più frequente oggi, soprattutto tra i preadolescenti che combinano qualche pasticcio serio – a volte al limite del reato – è proprio questa: non ci avevamo pensato. Ed hanno ragione: perché dalla mattina alla sera vivono immersi in una vita che non lascia spazio al pensiero. Corrono, si spostano da un luogo all’altro, da un sito all’altro, da un videogioco all’altro, da un brano Mp3 all’altro. E non stanno mai fermi a pensare. Ad annoiarsi. A riflettere su chi sono, su chi vorrebbero essere, su che cosa sta succedendo alle persone che hanno intorno. 

La vita dei nostri figli è una sequenza ininterrotta di “agiti”, di cose che vengono fatte, spesso senza nemmeno essere pensate. Mi annoio? Non devo nemmeno pensare a come venire fuori da quello stato di noia, perché in automatico nella mia stanza c’è musica di sottofondo, lo schermo del PC mi bombarda con immagini e video, i miei gruppi WhatsApp continuano a farmi arrivare messaggi. E io allora sto dentro ad un flusso di stimoli che non si spegne mai, che non dà mai requie al mio funzionamento mentale.

Iperstimolati ma sconnessi. Iperattivi ma privi di significati per ciò che fanno. E’ paradossale che la gran parte di noi genitori stia crescendo figli che - invece di essere là fuori nel mondo, ad imparare la vita e le relazioni - si trovano chiusi nella loro stanza, spesso sdraiati sul divano o sul letto, con in mano un cellulare o un tablet. Vivono dentro uno schermo, ma non imparano nulla, non sentono nulla, non si attrezzano con le competenze emotive e pro-sociali che poi, là fuori, nella vita vera sono di importanza fondamentale.

Ed ecco allora che in quegli sprazzi di socialità vera, di convivenza con persone vere che stanno al loro fianco, le cose importanti della vita, ovvero le emozioni e le relazioni, vengono trattate con la stessa superficialità con cui ci si muove dentro ad una chat di facebook, con cui si scrive un messaggio su WhatsApp. Si sta dentro alle relazioni, si vivono esperienze, si dicono cose, ma tutto avviene così, dentro ad un flusso liquido, senza rielaborazioni, senza costruzioni di significato, senza comprendere il senso profondo del nostro essere al mondo, nel qui ed ora con un progetto di vita che va presidiato, immaginato, fantasticato, pensato. Perché altrimenti il progetto di vita diventa una semplice sequenza di azioni che si susseguono senza un filo rosso che le unisce. E poi quando succede qualcosa che ci obbliga a rivedere ciò che è stato, l’unica frase che si riesce a dire è: Non ci avevo pensato.

I nostri figli non possono imparare a pensare alla loro vita, se noi adulti per primi non dedichiamo allo spazio del pensiero educativo e del progetto educativo un tempo adeguato. Spesso, anche noi per primi, siamo mamme e papà che corrono, che si connettono col mondo attraverso tutti i nostri strumenti tecnologici, che vanno talmente di fretta che quando un figlio vorrebbe riflettere con noi su qualche cosa che succede nel suo spazio di vita, siamo costretti a rispondergli: “Scusami tanto, ma adesso non ho tempo. Ne parliamo un’altra volta”. Oppure, visto che abbiamo il computer in mano, gli diamo una risposta veloce, quasi disattenta, senza nemmeno guardarlo negli occhi. O ancora, gli diciamo, a volte anche con voce un po’ seccata: “Ma non vedi che sto lavorando? Smettila di darmi fastidio”. Così loro vanno nella loro stanza, si sdraiano, non parlano più, non pensano più, stanno nel flusso liquido dell’iperstimolazione, nei quali sono immersi.

E’ tempo di imparare di nuovo a guardarsi negli occhi. Di “perdere tempo” per parlare della vita ai figli e con i figli. Di fare cose insieme così che quando stiamo condividendole, loro sentono di “essere sentiti da noi”. E quindi, magari, decidono di raccontarsi. Di dire il bello e il brutto che riempie la loro vita. 

Ecco, io spero che per la ragazza di Pordenone, per i suoi genitori, per i suoi compagni, per i docenti della loro scuola sia arrivato il tempo di fare tre cose:
a) Guardarsi negli occhi
b) Parlarsi con sincerità
c) Imparare a pensare che tutto ciò che facciamo (e tutto ciò che non facciamo) ha delle conseguenze per noi e per chi ci vive a fianco.

Nel mio nuovo libro “Girl R-Evolution. Diventa ciò che sei.” (De Agostini) dedico due capitoli alla prevenzione dei fenomeni che hanno portato al dramma di Pordenone. In un capitolo rifletto con le lettrici sull’importanza di riconoscere le “Api Regine” che a volte si muovono all’interno dei loro gruppi informali, ragazze che dettano le regole di inclusione e di esclusione dal gruppo, ragazze che spesso sono attrici e creatrici di spaventosi fenomeni di bullismo, tutti al femminile.
In un altro capitolo invece parlo alle ragazze di tutti i rischi associati alla loro intensa frequentazione del web e all’ utilizzo degli strumenti tecnologici. Cyberbullismo e sexting sono due fenomeni che spesso hanno nelle ragazze due vittime privilegiate. 
Quasi nessun adulto aiuta le ragazze a costruire “spazi del pensiero” su questi temi. Per questo spesso le cose accadono così, quasi per caso. Forse è arrivato il momento di dire ai nostri figli: Abbiamo il dovere di “perdere un po’ di tempo” insieme per pensare un po’ a ciò che sta succedendo nelle nostre vite.
E credetemi, non sarà tempo perso. 
Se queste considerazioni vi sembrano condivisibili, allora fate arrivare le mie parole ad altri genitori, ad educatori e docenti. A tutti coloro che vogliono costruire una comunità educante. Condividete questa riflessione. Come avete parlato e come parlerete ai vostri figli del fatto di Pordenone?



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