Visualizzazione post con etichetta Psicopedagogia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Psicopedagogia. Mostra tutti i post

martedì 17 maggio 2022

"Come parlare perché i ragazzi ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino": un bellissimo libro da leggere

Di tanto in tanto, quando incappiamo in libri davvero interessanti e a tema con la scuola e la pedagogia, non possiamo non farne menzione. Questa volta ne segnaliamo uno davvero utile per chi fa il genitore, l'insegnante, l'educatore e, insomma, per chiunque voglia azzeccare la giusta strategia di comunicazione quando ha a che fare con gli adolescenti, con coloro, cioè, che vivono la più "ingrata" delle età.

Adele Faber e Elaine Mazlish, esperte nella comunicazione intergenerazionale, sono note al pubblico di tutto il mondo per il loro manuale "Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino". E quando i bambini non sono più bambini? Con ragazzi e adolescenti la comunicazione, si sa, è ancora più difficile. Ma questo manuale, con il suo stile affabile e il taglio pratico, arricchito da vignette e testimonianze, mostra come comportarsi anche durante la cosiddetta "età ingrata", tanto più complessa nel mondo digitalizzato e perennemente connesso in cui vivono i nostri figli. Una guida sicura che vi spiegherà come affrontare, tra l'altro, questioni spinose tipo: il senso delle punizioni, l'importanza di rispettare gli orari, i pericoli delle "cattive compagnie", l'uso di fumo, alcol, droghe, i sentimenti e il sesso, i pericoli di Internet.

 VAI AL LIBRO "COME PERLARE PERCHÉ I RAGAZZI TI ASCOLTINO & COME ASCOLTARE PERCHÉ TI PARLINO"

Gli stessi autori hanno scritto anche il bestseller:

Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino

lunedì 27 luglio 2020

Non chiamatela timidezza: il mondo viene portato avanti da chi parla poco e fa moltissimo - Di Alberto Pellai


Dalla pagina Facebook di Alberto Pellai:
https://www.facebook.com/Alberto-Pellai-607285592681142/

NON CHIAMATELA TIMIDEZZA 

Molte persone vengono considerate timide e introverse, quando in realtà sono semplicemente persone capaci di osservare in silenzio. Decidono di scegliere come e quando dare il proprio contributo. Si buttano meno nella mischia, non perché la temono. Ma perché attendono che la “mischia” diventi gruppo. 
Lì, all’interno di un gruppo, sanno sempre trovare il proprio posto e il proprio ruolo. Solitamente sono molto affidabili. 
Sono poco popolari, perché in questi tempi convulsi e sovraffollati si conquista consenso mettendosi in prima fila e alzando la voce, anche quando sarebbe meglio stare di lato e in silenzio. Se ci guardiamo intorno, vediamo che il mondo viene portato avanti proprio da chi parla poco e fa moltissimo.
C’è una maggioranza silenziosa che si è sempre fatta carico delle sorti di una nazione, di un popolo, della propria comunità. Lo fa perché è giusto farlo, perché nel farlo dà senso alla propria vita, perché è bello essere “belle persone”.
 Per questo definire queste persone “timide” è profondamente ingiusto. E sarebbe il caso di mostrare nei loro confronti anche una grande gratitudine. Invece, quasi sempre ci si dimentica di loro e ci si accalca nei luoghi dove gli urlatori sistemano i loro “scranni” e si costruiscono un podio, dal quale, urlando, si sentono potenti.
 C’è un’enorme differenza tra la prepotenza e la competenza. E non è certo una questione di timidezza. 
Se appartieni alla maggioranza silenziosa, questo messaggio e per te e per tutte le persone come te, con cui vorrai condividerlo.

 Grazie per esserci.

lunedì 21 dicembre 2015

"Vivere momento per momento" di Jon Kabat Zin - Libriamoci

Può essere davvero considerato uno dei libri più importanti degli ultimi decenni e l'autore, Jon Kabat Zin, ha rivoluzionato la vita di migliaia di lettori e la psicoterapia, introducendo la cosiddetta "terza generazione" negli approcci terapeutici di stampo cognitivo-comportamentale.

Non è uno dei soliti libri di auto aiuto, di quelli cioè che permettono miracoli e rivoluzioni nella propria vita nel giro di pochi giorni o, addirittura, di poche ore. E' molto di più. E' un approccio nuovo alla propria esperienza, è una rivoluzione copernicana nel modo di vivere le proprie emozioni e i propri comportamenti. E' un modo nuovo di stare al mondo ... con consapevolezza!

I risultati a cui porta Jon Kabat - Zin non sono immediati: occorre del tempo, applicazione, esercizio. Eppure è vero anche che già dalle prime applicazioni della Mindfulness (si chiama così questa "invenzione") si notano dei benefici. 

Ad esempio, avete mai notato di "star pensando" e che la vostra attività cerebrale altro non è che una serie di pensieri senza alcuna consistenza reale? Oppure avete mai fatto caso, con "consapevolezza", a tutte le sensazioni che si provano mangiando un chicco di uva sultanina? E avete mai "sentito" il vostro respiro?

Non voglio banalizzare con esempi che potrebbero apparire sciocchi. La mindfulness, di cui Jon Kabat-Zin è il capostipite nella sua applicazione alla psicoterapia, ha almeno duemila anni di storia: è un adattamento, intelligente e azzeccato, di alcune pratiche buddiste alla psicologia e alla psicoterapia.

 Questo non vuol dire che la pratica della mindfulness abbia in sé contenuti mistici o religiosi: nulla di più sbagliato. Il buddismo, oltre a proporre un approccio spirituale all'esistenza, è anche una vera e propria scienza della mente: la mindfulness fa riferimento proprio a quest'ultimo aspetto, tralasciando ciò che non ha a che fare con riscontri scientifici e terapeutici.

Meditare alcuni minuti al giorno, sia in modo formale che informale, provoca dei veri e propri cambiamenti nella struttura cerebrale, garantendo dei benefici notevoli alla salute psichica e fisica delle persone.

Consigliamo vivamente la lettura di questo libro, che potete scaricare al link qui in basso:


Se il link in alto non funziona contattaci: ti aiuteremo noi a procurarti il libro


----------------------

Cosa può avere a che fare tutto questo con il mondo della scuola?

Giudicate voi stessi leggendo gli articoli proposti nei seguenti link:




lunedì 16 novembre 2015

ELOGIO DELLA TENEREZZA. E DELLE COCCOLE. Di Alberto Pellai

Un nuovo articolo, interessante e profondo, di Alberto Pellai, sull'importanza delle coccole, del calore affettivo, dell'alfabetismo emotivo. E di quanto gli uomini debbano imparare a buttare giù corazze e ruoli e riappropriarsi del calore "domestico".

Elogio della tenerezza e delle coccole
Incontrando alcune persone, a volte si rimane colpiti per il loro modo freddo e razionale di affrontare tutto. Si tratta di persone altamente funzionali, sempre “sul pezzo”, capaci di risolvere tutti i problemi. Ma quando sei al loro fianco senti come un senso di gelo, una freddezza che congela tutto. Ti viene da parlare solo di lavoro, al massimo ti butti sullo sport o sulla politica. Ma non provi mai a conquistare qualche momento di intimità condivisa. Non discuti mai di figli e famiglia, di amori e fatiche della vita. Succede che queste persone siano per lo più uomini. Noi maschi cresciamo convinti che il nostro valore dipenda da ciò che facciamo. E così spesso ci dimentichiamo di ciò che siamo. Che poi è la cosa che conta di più nella vita.
Qualcuno dice che alla base di tutto questo c’è un analfabetismo emotivo, che gli uomini si tramandano di generazione in generazione. I padri al mattino escono di casa in tutta fretta. Hanno già nella mente gli appuntamenti della giornata. Sanno che devono correre, incontrare persone, gestire mille problemi. Nell’esterno. E così, uscendo di casa, magari nemmeno si accorgono che lì, nell’interno della loro abitazione ci sono una compagna di vita, uno o due figli che li vedono uscire senza sentirsi dire ciao. Senza aver percepito che un pezzettino di quell’uomo che scappa via, vorrebbe invece rimanere dentro casa, godersi il dolce calore degli affetti. Quando un paziente mi porta in studio questo copione, io automaticamente provo dentro di me una grande tenerezza. Sento che questo è il copione di un bambino cresciuto senza coccole. Al fianco di adulti che erano così indaffarati a fare cose nella vita, da non essere riusciti a viverla davvero la vita. Adulti che non hanno potuto sperimentare quella dolce e tenera felicità che ciascuno ha a disposizione quando si lascia andare nelle relazioni e scopre il piacere di sentirsi amato, protetto e al sicuro. Un piacere che deriva soprattutto da gesti concreti, dall’essere, per esempio, abbracciati da qualcuno a cui batte il cuore per la gioia di questo gesto così pieno di contatto, di verità, di integrità.
Nel mio libro per bambini “Gustavo senza coccole” racconto proprio la storia di uno di questi bambini. E’ figlio di un re e di una regina. E’ circondato da cose belle, mille giocattoli, ha il campo da calcio e la piscina nel suo immenso parco. Ma non c’è nessuno che abbia il tempo di fargli un coccolino o un grattino sulla schiena, semplicemente per fargli capire che lui c’è, che lui è, che i suoi bisogni profondi di affetto e rassicurazione sono visti e sentiti da qualcuno che sa prendersene cura. 
Il libro Gustavo senza coccole comincia così:
Si può diventare grandi senza ricevere le coccole? Senza sentire il piacere di un grattino sulla pelle, il brivido di bacini e morsichini sulle guance e sulla schiena? Senza essere chiamati con un milione di parole che vengono utilizzate al posto del tuo nome? Ovvero, se ti chiami Alberto, come me che scrivo questa storia, potrai mai diventare un Alberto scrittore se quando sei bambino ti senti chiamare sempre e solo Alberto e mai nemmeno una volta con un soprannome come: tesoro, pulcino, topolino, amore della mamma, amore del papà, pasticcino, babà? La lista come puoi ben immaginare potrebbe proseguire all’infinito e includere centinaia di cuccioli di animale, di dolcetti e cibi speciali. Insomma noi, qui, oggi ci interroghiamo su una questione di fondo e cerchiamo risposta a una domanda che vale più di un milione di dollari: si può diventare grandi senza sapere cosa sono il sapore, l’odore e il suono delle coccole?
Ecco la domanda che rilancio a voi oggi: si può diventare grandi senza sapere cosa sono il sapore, l’odore e il suono delle coccole? E che cosa succede a chi diventa grande inseguendo le azioni della vita, senza mai conoscerne le emozioni profonde, quelle che rendono reale e concreto il nostro bisogno di amare ed essere amati? E infine: perché proprio a noi uomini questo linguaggio viene negato? 
Leggete e condividete, soprattutto con gli uomini che nel loro percorso di vita sembrano aver perso il codice della tenerezza, la dimensione che aggiunge colore alla nostra esistenza.


---------------------

sabato 24 ottobre 2015

Gli articoli di Alberto Pellai

Riportiamo in questo post tutti gli interventi del prof. Alberto Pellai.

Alberto Pellai è un medico, esperto di prevenzione in età evolutiva, psicoterapeuta dell’età evolutiva che lavora come ricercatore presso il Dipartimento di Sanità Pubblica dell'Università degli Studi di Milano, presso la quale è docente in molti corsi di Laurea della Facoltà di Medicina. Dirige la collana "Educazione alla Salute" presso la casa editrice Franco Angeli (venti i titoli già inseriti in collana), la collana di Narrativa Psicologicamente Orientata per bambini “Parlami del cuore".

Ha pubblicato decine di articoli scientifici su riviste italiane e straniere e più di 30 libri rivolti ad operatori, genitori, insegnanti. 


-----------------------





mercoledì 23 settembre 2015

Anche questo è GENDER - Di Alberto Pellai

Anzitutto cito, nel link che segue, la pagina Facebook del professor Alberto Pellai, da cui è presa la riflessione che propongo in questo post (previa autorizzazione dell'Autore):


Alla pagina citata potrete trovare gli interventi che il professor Pellai, noto psicologo, pedagogista e docente universitario, pubblica ogni volta che lo ritiene necessario.

Segue un intervento illuminante a proposito della "famigerata" teoria del Gender, spauracchio per molti educatori e insegnanti a seguito delle mobilitazioni che la CEI, soprattuto, ha organizzato "in difesa dei bambini". 

Credo che il testo che segue possa aiutare a riflettere.

.....................................

Mamma, perché sono così brutta? Perché tutte le altre sono bellissime e io invece sono un mostro?

Quante volte le figlie parlano alle loro mamme (soprattutto) – a volte anche ai papà – rivelando un’angoscia profonda nei confronti della propria immagine corporea, del proprio aspetto fisico? Quante ragazze, pur essendo carine e di bell’aspetto, oggi si sentono brutte e inadeguate? La ricerca dice che le ragazze di oggi - vivendo in un mondo basato sulle immagini che provengono da infinite fonti (media e social media in primo luogo) - oggi vedono, nell’arco di una sola giornata, la stessa quantità di fotografie di donne bellissime che la generazione delle nostre mamme e nonne di solito era in grado di vedere nell’arco di una intera adolescenza. Dal che, se ne ricava quanto è forte la pressione sociale che sperimentano loro – le adolescenti del terzo millennio - rispetto a quella delle generazioni passate. Di certo per chi viveva 20-30 anni fa essere belle ed essere considerate belle era importante, ma non diventava una vera e propria priorità esistenziale. Questo permetteva al genere femminile di potersi concentrare anche su molti altri aspetti differenti della vita. Mentre oggi sono disponibili tante ricerche che confermano come la preoccupazione per l’aspetto estetico delle giovanissime ne limiti, in parte, i sogni e le aspirazioni. Così preoccupate del “fuori”, molte dedicano poco tempo, poco pensiero e poche energie al proprio “dentro”: insomma l’eccessiva preoccupazione per un’esteriorità che deve essere adeguata agli standard imposti, rischia poi di compromettere un’altrettanto sana preoccupazione per la propria interiorità, la propria cultura, la costruzione del proprio sé interiore. 
La pressione verso la ricerca di una bellezza irraggiungibile è ben dimostrata dal fatto che le bellissime del grande schermo sono costantemente alla ricerca di ritocchi estetici e interventi di chirurgia plastica per sembrare ancora più belle. Verrebbe da domandarsi: “Ma come, proprio loro che sono già bellissime, vogliono sembrare ancora più belle?”. Anche una giovanissima Miss Italia di qualche anno fa, dichiarata perciò la più bella della nazione, dopo qualche anno dalla sua elezione conquistò la copertina di tutte le riviste perché aveva deciso di farsi una mastoplastica additiva dichiarando: “Volevo sentirmi più sicura e più bella”. Insomma, lei che aveva avuto la “certificazione ufficiale” di “più bella del reame” non si sentiva ancora bella abbastanza. Capite che per le nostre figlie la sfida diventa molto complessa. Sto lavorando in questi mesi ad un libro per ragazze adolescenti in cui tratterò i molti falsi miti che le riguardano, che impongono su di loro una fortissima pressione sociale che le spinge spesso ad intraprendere comportamenti a rischio. Tra questi l’imperativo di una bellezza irraggiungibile mi sembra uno degli assunti che più sta facendo male a chi sta crescendo. Crescere al femminile oggi significa spesso intraprendere una battaglia contro il proprio corpo, che a volte lascia stremati e sfiniti. Una battaglia che concentra tutte le energie sulla costruzione di un contenitore (il corpo) che rimane svuotato di contenuti (l’interiorità, il cuore, l’anima, la mente). 
Per chi in questi giorni combatte per fermare l’educazione di genere, sappia che tutto quanto ho scritto in questo post appartiene all’educazione di genere. A voi sembra pericoloso? Blocchereste nella vostra scuola un progetto di educazione di genere centrato sul tema dell’immagine corporea? Io, come padre di due figlie, credo che le mie figlie, così come tutte le altre figlie del mondo, ne abbiano bisogno. Molto bisogno.
Se siete d’accordo condividete e commentate. E se avete figlie, commentate insieme a loro, quanto ho scritto.

lunedì 24 agosto 2015

Raddrizzare un ramo storto: il pericoloso malinteso del dibattito sul "pericolo gender"

Un nuovo intervento del prof. Alberto Pellai, ispirato dalla lettura del libro "Non amate troppo Dio! La felicità è anche di questa terra", di don Gino Rigoldi.

----------------------

Ho appena terminato di leggere il libro di Don Gino Rigoldi: “Non amate troppo Dio. La felicità è anche di questa terra” (Rizzoli Ed.) E’ un libro che lancia un messaggio chiaro e inequivocabile, soprattutto in tempi di grandi integralismi come quelli attuali. Il titolo del volume, in questo senso, è emblematico: amare Dio non significa rifugiarsi in un mondo staccato dal tutto ciò che è terreno, affermare una Legge con la L maiuscola, differenziarsi da tutto ciò che sembra differente o non adeguato, non “omologato” a ciò che dai tempi dei tempi è stato affermato come bene e verità assoluti. Bensì, Amare è prendersi in carico la propria vita con un’attenzione a sé e agli altri, incontrare ciò che ci è prossimo, essere presenti nel “qui ed ora” ai bisogni propri e dell’Altro. Questo vale in tutte le relazioni, anche e soprattutto in quella tra genitori e figli. Proprio rispetto al ruolo genitoriale, Don Rigoldi scrive delle frasi che mi sembrano cruciali all’interno del gran parlare (e straparlare) che si fa intorno al tema del gender. “La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze che scappano di casa dicono che i genitori non li capiscono. E questo avviene perché non vengono presi in considerazione i loro sogni e i loro desideri, le disposizioni che manifestano ogni giorno e che loro per primi hanno bisogno di imparare a capire e riconoscere. Per farlo occorre avere occhi attenti e sinceri, mentre noi adulti ci barrichiamo troppo spesso dietro un concetto di educazione che sembra rifarsi all’immagine di rami storti che devono essere raddrizzati. Abbiamo la nostra idea di ramo dritto e ci sembra che a questa debba adeguarsi la forma dei nostri figli. Ma si tratta di un’idea profondamente sbagliata, oltre che irrispettosa dell’individualità dei ragazzi. e poi, se anche volessimo mantenere la metafora arborea, non dovremmo sottovalutare che, a forza di manometterlo, un ramo si spezza. Non a caso il suicidio tra i giovani è sempre legato alla sensazione di non essere in grado di vivere secondo quanto viene richiesto loro dai genitori o dalla comunità in cui sono inseriti. Chi di noi non ha mai sentito qualcuno dire a proposito del proprio figlio: “Meglio morto che omosessuale”? non c’è frase migliore per rappresentare la mancanza d’amore. Di tutti gli adolescenti che ho incontrato, posso dire che i più disperati erano quelli che in famiglia non vedevano riconosciute le loro predisposizioni e i loro sogni, costretti a scegliere tra una vita che non riconoscevano come propria (ma che aveva il sostegno della famiglia) e una vita che rispondeva alle loro aspirazioni (ma che veniva condannata dalla famiglia). Mettere un ragazzo di fronte ad una scelta così assurda, se cioè rendere felici i genitori o se stesso, significa spesso impedirgli di realizzare tanto l’una quanto l’altra felicità: deve tradire se stesso o i genitori? In ogni caso, la scelta si porterà dietro un rimpianto che non si risolverà facilmente”.
Sono le parole di un sacerdote e le trovo davvero illuminanti. In molti casi, a me gli integralismi, sembrano i risultati di posizioni astratte di persone che sentono il bisogno di “raddrizzare un ramo storto” anche a costo di spezzarlo. Spesso si tratta di persone che non hanno davvero incontrato il “mistero” che sta chiuso nel cuore dell’altro. Un Mistero così enorme che non può essere rinchiuso in uno slogan, che dentro ad una piazza fa rumore e magari fa notizia. Ma che dentro alla fatica di una vita, invece, può fare danni enormi. Non pensate anche voi che sia proprio questo il nocciolo della questione che in tutti questi mesi ha reso impossibile il dialogo tra “gender” e “non gender”? Non sarebbe ora di parlare di uomini, vite, rispetto? Non pensate che sia giunto il momento di smetterla con editti, divieti, circolari da far firmare, permessi e autorizzazioni da richiedere, proteste? La vita e i suoi misteri non possono essere raccontate con uno slogan.

L'ARTICOLO è TRATTO DALLA PAGINA FACEBOOK DI ALBERTO PELLAI PER CONCESSIONE DELL'AUTORE.
LA PAGINA LA TROVI AL LINK RIPORTATO IN BASSO:


lunedì 15 giugno 2015

STILI DI PENSIERO: Robert Sternberg e l'autogoverno mentale

"Gli stili di autogoverno mentale possono aiutarci a comprendere meglio i vari modi di pensare e apprendere e a scoprire le nostre preferenze individuali"

Sono le parole che introducono questo interessante articolo di Robert Stenberg, docente presso il dipartimento di psicologia della Yale University.

Nell'introduzione all'articolo (che potrete scaricare alla fine di questo articolo) l'autore definisce così gli STILI:

"Gli stili sono propensioni, sono preferenze nell'uso delle proprie abilità; essi non sono le abilità che possediamo, ma il modo in cui ci piace e troviamo più comodo usarle. Perciò uno stile non è migliore o peggiore, solo diverso".

La teoria di Stenberg è ovviamente applicabile su larga scala nei contesti di insegnamento/apprendimento. Alla base c'è la convinzione che le persone, nelle loro attività quotidiane, hanno bisogno di governare, dirigere e controllare le loro attività. Essendoci molti modi per poterlo fare, le persone scelgono quello a loro più congeniale.

Gli stili sono in totale 13, che riporto sinteticamente di seguito. Lo schema che trovate nella foto li riassume meglio:

1.Legislativo; 2. Esecutivo; 3. Giudiziario; 4. Monarchico; 5. Gerarchico; 6. Oligarchico; 7. Anarchico; 8. Globale; 9. Locale; 10. Interno; 11. Esterno; 12. Liberale; 13. Conservativo.



giovedì 21 maggio 2015

Strumenti per valutare le abilità cognitive degli alunni: alcuni suggerimenti

Segnaliamo alcuni strumenti psicometrici che hanno lo scopo di valutare il livello cognitivo dell’alunno. Resta sempre valido l’assunto che la persona - in questo caso l’alunno - va considerata nella sua totalità ed unicità, dando il giusto peso a tentativi di settorializzazione e parzializzazione dell’universo persona; quando si tenta di analizzare l’essere umano nei suoi aspetti costitutivi più che nella sua interezza è perché si ha la necessità di semplificare per fini di analisi un’entità - la persona appunto - di per sé troppo complessa e articolata per essere minimamente compresa nell’insieme.

Un’analisi degli elementi costitutivi a scapito della totalità, quindi, ha il solo intento di comprendere più agevolmente aspetti che caratterizzano la persona, ma che, se sommati, non sono affatto la persona.

Perciò, l’utilizzo di test di analisi del livello cognitivo, della maturità emotiva, del senso di autoefficacia e quant’altro è necessariamente una semplificazione riduttiva - seppur necessaria per fini di studio - di un mistero quale è quello della persona che resta e sempre resterà tale.
Dopo questa premessa d’obbligo segnaliamo una serie di test che possono essere utili per individuare il livello cognitivo degli alunni della propria classe. E’ solo uno tra tanti tasselli che devono essere presi in considerazione perché sappiamo bene che la maturità cognitiva non è la sola a concorrere al raggiungimento del successo scolastico. 
I test che vengono proposti sono solo una parte di quelli disponibili in commercio. Il lettore motivato saprà certamente individuare, a seguito di ulteriori ricerche personali, gli strumenti che più ritiene adatti alle proprie necessità. Le proposte che seguono, pertanto, non hanno alcuna pretesa di esaustività; piuttosto  vanno considerate come tracce, direzioni, solchi da espandere, integrare e -perché no - migliorare.
Permettendocelo il veicolo di comunicazione, il lettore troverà certamente utile i link in corrispondenza dei titoli che rimandano alla pagina web del prodotto segnalato.

Per l’Editore Erickson segnaliamo:

Per l’Editore Giunti segnaliamo:

Copyright Guamodì Scuola - RIPRODUZIONE RISERVATA

domenica 8 settembre 2013

La minaccia e la ricompensa producono insegnamento?

di patrizia benevenga

Riporto di seguito un passo letto oggi tratto dal libro di Cialdini, famoso psicologo sociale, e che ha rispolverato nella mia mente una delle tante riflessioni che solitamente faccio sia in qualità di mamma che di maestra.

Con piacere lo condivido perché sono convinta che noi educatori siamo tutti d’accordo, ma nello stesso tempo tutti in difficoltà nel trovare una soluzione di fronte a determinati comportamenti contraddittori dei bambini.


Recita così:

“Le scienze sociali ci insegnano che la responsabilità interiore di un comportamento viene accettata quando si pensa di averlo eseguito per libera scelta, in assenza di forti pressioni dall’esterno.

Una grossa ricompensa costituisce una pressione del genere, che può indurci a compiere una certa azione, ma non farcene sentire pienamente responsabili. Non saremo quindi impegnati a mantenere una qualche coerenza con quell’atto.

Lo stesso vale per una forte minaccia, che può motivare un’acquiescenza immediata, ma difficilmente un impegno a lungo termine.”

Introduce, dunque, un concetto molto importante anche per quanto riguarda l’educazione dei bambini, facendoci porre questi interrogativi:

Quanto le ‘’minacce’’ o le “lusinghe” sono valide al fine di ottenere un’obbedienza a lungo termine da parte loro e non solo secondo circostanze diverse?

Quanto i bambini si sentono davvero responsabili delle azioni che noi chiediamo da loro? 


Si fa riferimento a tal proposito ad un noto e interessante esperimento di Freedman (1966-Compliance Without Pressure), eseguito con bambini dai sette ai nove anni, che non sto qui a descrivere, ma che appunto mette in discussione tale validità. 
Dimostra che finchè non avviene un "cambiamento interiore"  allora il nostro insegnamento non è stato interiorizzato dal bambino, e che 'punizioni' o 'ricompense' a nulla servono se non ad una temporanea obbedienza.
  

Per ottenere il suddetto cambiamento interiore, suggerisce di trovare l’esatta gradazione
dal semplice invito ad un leggero avvertimento, riducendo al minimo indispensabile la pressione esterna, in modo che il bambino sia spinto ad eseguire il comportamento desiderato e nello stesso tempo sentirsene responsabile.

Non è un compito facile, si sottolinea, ma merita svolgerlo per ottenere un impegno duraturo, invece che “un conformismo passivo di breve respiro”.

“Lavoro meglio se sono io a volerlo fare, non se devo farlo. Se lo voglio fare, è per me; se lo devo fare, è per altri. La nostra motivazione interiore dipende dalla libertà di scelta.” John Whitmore

mercoledì 2 gennaio 2013

Rita Levi Montalcini: considerazioni sull'intelligenza

"Ho un'intelligenza mediocre. 

Il mio solo merito è l'impegno"

Rita Levi Montalcini


E' da poco scomparsa a 103 anni Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina ed orgoglio italiano. 

Sul web sono apparse immediatamente foto, video, aneddoti per commemorare la scienziata. Tra le tante frasi da lei pronunciate ho preferito riportare quella che apre questo post per la valenza che ha dal punto di vista educativo, didattico, pedagogico. 
Non penso che la Montalcini abbia pronunciato questa frase con falsa modestia, dicendo ciò che non pensa effettivamente di lei. 

Penso invece che la sua frase sia straordinariamente vera e riassuma considerazioni pedagogiche degli ultimi tempi di grande importanza. Queste considerazioni ci insegnano tantissimo su un modo nuovo di considerare l'intelligenza, diverso da come si è sempre fatto.
Anzitutto l'intelligenza non è un blocco astratto predefinito, immutabile che si può avere o non avere, senza vie di mezzo. L'intelligenza si costruisce e si cura, si sviluppa e si rafforza.
C'è certamente una base genetica e neurologica, ma il resto è educazione, cura, socialità e sviluppo armonico e consapevole della persona.

A questo proposito un testo del 2007 di A. Costa e B. Kallik, edito in Italia dalla LAS, ci chiarisce le idee sul concetto di intelligenza. Secondo gli autori considerare l'intelligenza come qualcosa di prettamente neurologico porta fuori strada. L'intelligenza, in quanto adattamento consapevole e creativo alla realtà, è fatta, più che da tendenze congenite, da atteggiamenti osservabili, valutabili, modificabili. 

A questo proposito gli studiosi americani ne individuano 16, chiamate DISPOSIZIONI DELLA MENTE, anche se altri studi, condotti da autori diversi, di volta in volta ne hanno individuate un numero diverso: 5, 10, 12.
Potremmo considerare queste 16 la loro versione definitiva, anche se in evoluzione. Li riportiamo di seguito. E' evidente che l'intelligenza, descritta da questi "indicatori", assume caratteristiche di modificabilità, plasticità, tali da poter pensare di intervenire su di essa tramite un progetto didattico efficace e finalizzato. 
Proviamo a leggere le disposizioni che seguono e pensiamo alla frase della Montalcini:

"Persistere", "Impegnarsi per l'accuratezza", "Pensare sul pensare", "Rimanere aperti all'apprendimento continuo" etc... non sono forse riconducibili alla frase della Montalcini?

Le 16 disposizioni della mente:

1. Persistere
2. Gestire l'impulsività
3. Ascoltare con comprensione ed empatia
4. Pensare in maniera flessibile
5. Pensare sul pensare
6. Impegnarsi per l'accuratezza
7. Fare domande e porre problemi
8. Applicare la conoscenza pregressa in nuove situazioni
9. Pensare e comunicare con chiarezza e precisione
10. Raccogliere informazioni con tutti i sensi
11. Creare, immaginare, innovare
12. Rispondere con meraviglia e stupore
13. Assumere rischi responsabili
14. Trovare il lato umoristico
15. Pensare in maniera interdipendente
16. Rimanere aperti all'apprendimento continuo

Arthur L. Cotsa e Bena Kallik, Le disposizioni della mente, come educarle insegnando, LAS, Roma, 2007

giovedì 22 novembre 2012

Risorse per la didattica e la pedagogia speciale

Sul portale BussolaScuola ho trovato un post che può essere interessante per reperire spunti e materiali a tema con la Didattica e la Pedagogia speciali.
In questa pagina, infatti, sono raccolte circa 34 dispense elaborate durante il Corso di Specializzazione per insegnanti della SISS del Veneto.
Tra gli altri citiamo alcuni utili interventi, come:





sabato 20 ottobre 2012

Scoperta Italiana: la dislessia si può riconoscere prima di iniziare a leggere.

Dislessia
Nei bambini di due anni i problemi di attenzione spaziale visiva - abilità di estrarre informazioni rilevanti inibendo le informazioni irrilevanti - potrebbero risultare connessi alla dislessia evolutiva (disturbo nelle abilità di lettura che colpisce fino al 17% della popolazione scolastica) molto di più rispetto ai deficit di linguaggio registrati alla stessa età. È quanto emerge da uno studio, tutto italiano, pubblicato su Current Biology: i ricercatori dell'università di Padova spiegano che questa scoperta potrebbe segnare un cambiamento radicale nella teoria intorno alla dislessia evolutiva, aprendo la strada a nuovi approcci per l’identificazione precoce del disturbo...

venerdì 14 settembre 2012

Metodo Montessori: itinerari montessoriani da 1 a 11 anni

Il metodo educativo inaugurato da Maria Montessori (nata a Chiaravalle, Ancona, il 31 agosto 1870, e morta a Noordwijk, in Olanda, il 6 maggio 1952) costituisce una pietra miliare nella storia della pedagogia occidentale. Elaborato inizialmente per i bambini disabili, e solo successivamente esteso con successo a tutti i bambini, esso postula, tra i suoi assunti di base, un concetto della disciplina che si discosta da quello tradizionale conferendo grande centralità all’autonomia e all’auto-correzione dell’errore. L’idea guida è che un atto è propriamente educativo se tende ad aiutare il completo dispiegamento della vita, assecondando i movimenti spontanei e ascrivendo all’educazione sensoriale un ruolo centrale nello sviluppo psico-cognitivo del bambino. Il filmato mostra una “scuola dei bambini” che si ispira, nella pratica dei suoi metodi educativi, ai principi montessoriani. Le immagini sono accompagnate da un commento che si avvale delle parole della celebre educatrice. Muovendo dal principio secondo cui “la natura crea prima gli strumenti e poi li sviluppa per mezzo delle loro funzioni e grazie all’esperienza sull’ambiente”, l’unità audiovisiva analizza in modo puntuale le caratteristiche peculiari di tale approccio pedagogico. Dall’ambiente si passa quindi a considerare il movimento, l’autonomia, la disciplina attiva, il materiale di sviluppo, la lezione, il linguaggio, la lettura, la mente matematica e il passaggio dall`infanzia all’adolescenza.

giovedì 3 maggio 2012

Don Lorenzo Milani: "Dare ai poveri il dominio sulla parola" - Educare Narrando

Al Direttore del “Giornale del Mattino”, Firenze
Barbiana, 28.3.1956

Caro direttore,

il tuo giornale si prende spesso a cuore la sofferenza dei disoccupati e dei senza tetto e te ne siamo tutti grati.
Tetto e pane sono fra i massimi beni. Mancarne è dunque una delle massime miserie.
Eppure l'uomo non vive di solo pane. C'è dei beni che sono maggiori del pane e della casa e il mancare di questi beni è miseria più profonda che il mancare di pane e di casa.


Questo tipo di beni chiamerò ora per comodità di di­scorso « istruzione », ma vorrei che tu prendessi questa parola in un senso più largo, comprensivo di tutto ciò che è elevazione interiore.


A questo punto qualcuno insinuerà che presto al po­vero sentimenti che sono miei e che nulla al mondo pre­me  al povero quanto la casa e il pane. Lo cheterò allora con un argomento che non ammette repliche perché è un dato di fatto.


martedì 10 aprile 2012

David R. Olson

David R. Olson è professore emerito presso l'Ontario Institute for Studies in Education (OISE), Università di Toronto, Canada. In principio è stato per tre anni insegnante nella scuola primaria e secondaria. Tornerà a frequentare gli ambienti universitari quando gli verrà offerta una borsa di studio in Psicologia dell'educazione. Dopo aver conosciuto l'opera di Vygotskij, Olson resta sempre più persuaso che la ricerca sul linguaggio sia la corsia preferenziale per studiare la mente; da qui la strenua opposizione al comportamentismo. I suoi lavori, che presero le mosse da "Il ruolo del linguaggio nella regolazione del comportamento", attirarono l'attenzione di Jerome Bruner, che lo invitò ad Harvard in qualità di ricercatore.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...