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giovedì 12 novembre 2020

Io, di fronte a un vecchio “non più utile allo sforzo produttivo di un Paese” che muore solo, taccio - Di Elena Agostini


Di Elena Agostini, insegnante 
 
Mi sono chiesta spesso se Manzoni oggi avrebbe mai potuto scrivere della Madre di Cecilia, una donna “dalla bellezza offuscata e velata ma non guasta”, “il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata ma non trascorsa”, tratteggiata con poetico struggimento mentre affida al turpe monatto la sua bambina, morta di peste, “adorna come per una festa promessa da tanto tempo”.

Chissà. Se il padre della madrelingua, quella che ci permette di esprimerci ogni giorno, fosse vissuto ai tempi dei social, magari avrebbero dato anche a lui del “covidiota”, del collaborazionista, del complice in una truffa che solo gli intelletti fini scorgono. E i suoi lettori sarebbero stati tacciati di cecità e torpore delle meningi offuscate dal terrore.
Ho osservato lungamente gli avveduti analisti delle notizie, snocciolare numeri e cifre così come si fa con i pistacchi durante le sagre estive. Secondo i grandi luminari che mi è capitato di leggere qua e là nel fantastico mondo di Facebook, a settembre l'opera del governo era quella di inoculare terrore nei poveri cittadini, dando conto solo del numero dei positivi e tenendo colpevolmente segreto il numero dei tamponi. Poi, però, hanno iniziato a dire con precisione certosina anche il numero quotidiano dei tamponi e fare percentuali, ma, ovviamente, ai dietrologi della realtà parallela non è bastato lo stesso. Perché è chiaro: “se aumenti i tamponi, aumentano anche i positivi”. E questa sottolineatura aveva la stessa carica di intelligenza di chi affermasse che la febbre dipende dal fatto che te la misuri e quindi dal termometro, mica dal fatto che ce l'hai.
Poi è venuto il momento dei confronti con i numeri di marzo. Qualcuno giurava che non c'era paragone. Lì contavamo 5000 positivi al giorno e 700 morti, a ottobre contavamo 15.000 positivi e 100 morti, quindi, suffragati e corroborati dalla scienza esatta di emeriti scienziati come Bossetti e Zangrillo, in molti hanno preferito credere che "la carica virale era ormai ridotta e il virus era clinicamente morto".
Sarebbe bastato accendere 5 minuti il cervello per capire che i numeri falsi, e al ribasso, erano quelli di marzo, non quelli attuali, ma è molto più confortevole credere sempre a quel che fa più comodo.
E nel frattempo, mentre si consumava una odiosa, sconcertante, vergognosa battaglia ideologica, politica, mediatica intorno al virus e alle sue conseguenze, la gente ha continuato a morire.
Ieri abbiamo sfiorato 600 decessi.
E mi son chiesta spesso se quelli che ironizzano, blaterano di complotti e si sentono in diritto di dare patenti di intelligenza al prossimo ce l’avessero un amico che lavora in ospedale. Un medico, un infermiere, qualcuno che, lontano dal circo mediatico, potesse dar loro conto di ciò che sta veramente succedendo in Italia.
Ho toccato con mano lo strazio di chi è da solo in una corsia d’ospedale che non sa se ce la farà e per conforto ha solo l’umanità di un medico gentile, ho ascoltato gente giovane narrare della sua fame d’aria, conosco amici che al dolore di aver perso un padre, morto da solo in una terapia intensiva, hanno dovuto aggiungere anche il dolore di non poterlo accompagnare nel suo ultimo viaggio.
Ho visto la fila di ambulanze fuori dall’ospedale della mia provincia e mi chiedo dove abbiano guardato i reporter d’assalto de sto par de ciufoli che in questi hanno aumentato l’entropia dell’etere con improbabili reportages sul fatto che “era tutto tranquillo, era tutta una bufala”.
Rifletto sul senso della misura, su quello della vergogna, sulle parole che non bisognerebbe dire, sul vomito livoroso di chi ha sempre tutte le risposte, sulla violenza del tutti contro tutti, sugli sciacalli che non si fermano di fronte alle tragedie umane, su chi continua a parlare mentre bisognerebbe solo tacere, perché le parole pesano, le parole hanno un senso, Manzoni lo insegnava e lo insegna, per questo ce lo hanno fatto leggere a tutti.
E di fronte a un vecchio che muore solo accasciato sulla sedia di un pronto soccorso in attesa di un ricovero che non è mai arrivato, io riesco solo a stare zitta.
Perché su quella sedia avrebbe potuto esserci uno dei miei genitori, uno zio, il nonno di qualche mio amico, i vecchi che hanno fatto l’Italia e ne reggono anche oggi il peso con la loro generosità e i loro sacrifici.
Ecco, io di fronte a un vecchio “non più utile allo sforzo produttivo di un Paese” che muore solo, taccio, avvolta nel senso di impotenza che mi assale.
E dell’insopportabile rumore di fondo provocato dal chiacchiericcio e dallo scuotersi agitato delle nostre vite incapaci di fare un passo un po’ più in là, non riesco proprio a sopprimere la nausea.

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